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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Vago svanendo – John De Leo (Carosello Records, 2007)

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Ma non bastava un disco di semplici canzoni pop? E’ la prima domanda che potrebbe venirvi in mente ascoltando l’esordio di John De Leo, che arriva a tre anni dall’abbandono dei Quintorigo e dopo una serie di rifacimenti che ne hanno rinviato più volte l’uscita. Per “semplici canzoni pop” sia chiaro che non intendiamo quelle che in Vago Svanendo non ci sono, bensì quelle che ci sono ma non abbastanza rispetto agli undici episodi in scaletta, nei quali De Leo cerca di infilare tutti gli interessi e i campi che fino ad oggi ha frequentato, sperimentalismi inclusi. Eccolo il nodo: lo sperimentalismo. Non c’è una traccia in Vago Svanendo che non possa essere definita almeno un filo tale. Il problema però – lungi da noi l’essere a priori contro tutto ciò che in qualche modo è avant – è il senso di queste sperimentazioni. Sarà un caso, ma qui le cose migliori giungono da quei pezzi che recintano i tentativi sperimentali entro i saldi confini del caro vecchio pop. Pop tutt’altro che radiofonico, ci mancherebbe, ma davvero interessante soprattutto per le orecchie più curiose. Quando invece l’oggetto della traccia è la sperimentazione (che a noi pare) fine a sé stessa, allora Vago Svanendo ci sembra un disco che ha nel suo maggior pregio anche il suo maggior difetto.
Se non parlassimo, ovviamente, della voce potremmo dire che a volte De Leo si guarda troppo l’ombelico. Siccome di voce si tratta diciamo allora che l’ex Quintorigo si guarda troppo le corde vocali. Le accarezza, le tira, le porta giù nei bassi più gutturali e poi verso acuti quasi cristallini. E poi le fa dialogare coi fiati di alcuni bravi jazzisti che qui fanno da comprimari di lusso (Achille Succi, Marco Tamburini, Gianluca Petrella) stando ben attento che comunque al centro, solitarie o in compagnia (ma mai di spalla), ci siano sempre loro, le corde vocali.

Certo fanno impressione il vocal-drum nell’hip-hop sbilenco di Freak ship o le onomatopee che dialogano coi fiati in Canzo e Le chien et le flacon, così come non passa inosservata la chiosa virtuosistica di Spiega la vela. Ma volete paragonarle alla title-track, dove le aperture orchestrali evocative e il cantato volante fanno la corte a Modugno? Oppure all’irresistibile singolo Bambino marrone coi suoi strumenti giocattolo elettrizzati e i coretti che sostengono un ritornello assolutamente appiccicoso? Oppure ancora alla ripresa quintorighiana di Tilt (i fiati al posto degli archi, in pratica) che contende a Sinner (con la sua squadratura elettrica di marca Aidoru) la palma di pezzo più energico di tutto il disco? Bastavano delle semplici canzoni pop, ve lo ripetiamo. Che tanto John De Leo può cantare e ricantare di tutto, anche uno standard come Big Stuff senza sfigurare. L’importante è che oltre alla curiosità, il coraggio, la libertà (assoluta o quasi) – vedasi anche i due bei corti allegati in dvd: protagonisti oltre a De Leo, Stefano Benni e Alessandro Bergonzoni – ci sia in origine anche un senso da cui partire e a cui tornare dopo aver vagato come si vuole.

Voto: 6.5
Brani migliori: Bambino marrone.

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Written by Luca

31/05/2008 a 10:01

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