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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

I nasi buffi e la scrittura musicale – Gerardo Balestrieri (Intebeat/Egea, 2007)

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Ora, dopo aver ascoltato e riascoltato più volte l’esordio di Gerardo Balestrieri, io sarei proprio curioso di vedere com’è casa sua. Non tanto quante stanze ha, quanti bagni, se ha il garage o meno. No. Io vorrei sapere com’è il letto, come sono i mobili, cosa ha in frigorifero e soprattutto: se ha o meno un ripostiglio. Gerardo ce l’hai un ripostiglio? Perché se ti manca io penso che tu abbia qualche problema a muoverti per casa. Uno che fa un disco d’esordio e ci mette dentro così tanta roba, e tutta proveniente da posti così diversi e tutta davvero vissuta sulla pelle e non come artificio esotico portato dalle ultime vacanze solidali in Africa Centrale, qualche problema di spazio in casa deve averlo per forza. Uno così non può aver buttato via tutto. Uno che ha applicato alla vita vissuta fino ad oggi lo stesso adagio applicato al maiale, del quale come è noto non si butta via niente, deve avere la casa piena di oggetti. Ma non souvenir, proprio oggetti. Strumenti musicali, piatti, tappeti, maschere, spezie, sabbie, pietre, fiori secchi, dizionari, libri in dodici lingue diverse, orologi, stufe, almancchi. Ovunque. Da non riuscire a muoversi.

Leggetevi la biografia sul suo sito. Balestrieri non la dice tutta. Mancano un sacco di luoghi che ha visto, un sacco di cibi che ha mangiato, un sacco di profumi, suoni, musiche che ha annusato, sentito, ascoltato. Manca la geografia. Per uno così la geografia è biografia. E nemmeno I nasi buffi e la scrittura musicale riesce a raccontare tutto. Racconta un po’, con una manciata di canzoni che sono punti sulla cartina sui quali Balestrieri rimbalza come una biglia da flipper, portandosi via ogni volta qualcosa e infilando quel qualcosa nel qualcosa portato via da un altro posto. Se dovessimo dire da dove è partito diremmo che, come molti, Gerardo Balestrieri è partito ascoltando tanto Paolo Conte e Tom Waits. Ma lui in realtà non è partito, ha sempre viaggiato e basta, dunque Conte e Waits li ha ascoltati sì, ma in viaggio. E ad un certo punto del suo viaggio è arrivato in Salento e si è portato via una tammorra che ha messo in Saria con una manciata di versi da Salgari ubriaco («ditemi perché al sultano del Brunei / ieri gli bruciava un po’ il culo»). Poi è andato su in Francia, a Marsiglia, ma non prima di esser balzato indietro di una quarantina d’anni trovandosi d’improvviso al tavolo di un bar con Buscaglione (Furto ai nobili di Rue Berget). Un traghetto per la Grecia da Marsiglia lo si trova sempre e là – a Salonicco? A Kalamata? – ha pure imparato la lingua con cui canta Palamakia, una canzone tradizionale ellenica che dice tre cose tre ma è un concentrato di disperazione (per cosa? Per una donna, ovviamente). A Salonicco, o a Kalamata, una sera ha incontrato Nick Cave che stava cercando la strada per tornare al suo ufficio, dove ormai da alcuni anni scrive canzoni otto ore al giorno come un normale impiegato. Balestrieri, non sapendo nulla dell’ufficio, gli ha invece proposto di fare insieme a lui un giro per il Mediterraneo, prima meta la Turchia. In barca hanno scritto insieme la bellissima Quando il diavolo t’accarezza, con il cumbus turco a vergare patemi blues e il testo che gioca a ricombinare tra loro alcuni proverbi popolari – Cave, che di proverbi non sa niente, non ha poi firmato il testo ed è sceso al Cairo. Dalla Turchia riparti per il Mediterraneo, impara a suonare quella decina di strumenti tra darbouka, fisarmoniche e clarinetto e torna in Francia, dove ad aspettarti c’è Boris Vian che ti dice: dai, traduci in italiano La java des B. A. come la farebbe il primo De Andrè. Detto, fatto, eccola: un tre-quarti simil valzerino che a dirla giusta sembra anche un po’ Brassens. Poi viene l’inverno e allora serve una stufa. Si passano le Alpi e si scende in Piemonte a scaldarsi con il Blues del Putagè, che appunto è la stufa – perché scendere in Piemonte? Quell’«antico, svizzero, elefante» del testo sa ancora di Conte: bisogna pur tornare ad un certo punto per vedere come sta l’Avvocato.

E così ecco la trottola-Balestrieri, che però dopo tanto girare capisce che è il tempo di fermarsi. Il gusto nel niente e nel sorridere è un bilancio esistenziale e contemplativo che non sa di nulla in particolare se non della pasta di cui sono fatte le canzoni belle. Ma poi via di nuovo. Gli manca Vian, torna da lui, insieme vanno a Barcelone e la cantano con il fumo nella gola e il megafono davanti alla bocca. Lì a quel punto, quando Vian è tornato a casa e la solitudine lascia subentrare la fantasia, cosa ci vuole a partorire una ballata polverosa come Canto Sesto se una sera ti ritrovi a vedere un film di Sergio Leone con un libro di Ungaretti in mano mentre non ti lascia il ricordo di quella donna le cui movenze «fomentano la febbre»? Niente, ma poi finalmente si torna a casa. O meglio: si torna a Napoli, a cantare Fenesta vascia con in bocca un mezzo retrogusto di milonga, e si riparte ancora. Perchè la vera casa alla fine è la Francia, dove Balestrieri ritorna per cantare Baudelaire (L’ame du vin) e una maledizione che non troverai solo qui o là come un tessuto o una spezia, ma ovunque. E questo lo sa soprattutto Chi ha visto planare gli angeli, inno finale di un apolide che oltre ad essere intrinsecamente maudit è un animale «disadattato» e «antisociale». Dunque non è solo biografia la geografia, ma esistenza. Al prossimo disco chissà dove ci porterà Gerardo Balestrieri, chissà quante cose ancora da mostrarci in casa sua, chissà ancora quale maledizione.

Voto: 7.7
Brani migliori: Blues del Putagè, Quando il diavolo t’accarezza.

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Written by Luca

21/05/2008 a 10:00

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