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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for maggio 20th, 2008

Live in Japan – Officina Zoè (Polosud, 2007)

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Nata all’inizio degli anni novanta, quindi ben prima dell’esplosione modaiola di taranta e simili, l’Officina Zoè festeggia nel 2007 il decennale del proprio esordio discografico (Terra, 1997) con un disco dal vivo registrato durante il tour giapponese del giugno scorso. Due date, a Tokio e Kyoto, qui riassunte in un lavoro prettamente antologico che illustra alla perfezione il carattere tradizionale della musica del gruppo, attento a riproporre il repertorio della pizzica salentina rispettandone i codici e l’immaginario. Nessuna avventurosa contaminazione quindi ma un approccio che, grazie anche alle ottime doti esecutive, punta tutto sull’atavica potenza comunicativa di uno stile che fa della visceralità e del ritmo i propri baluardi. L’Officina rivisita una manciata di tradizionali (tra i quali Santu Paulu, Kaly nifta, una rallentata e dolente Lu rusciu de lu mare) a cui aggiunge quattro brani autografi: l’inedito Ulìa bessu e poi Menevò, la bellissima Don Pizzica e Ijentu, questi ultimi tre ripresi dalle colonne sonore di due film di Edoardo Winspeare, Il Miracolo e il pluripremiato Sangue Vivo (opera fondamentale per chiunque voglia capirci davvero qualcosa sulla cultura salentina e i propri suoni).
Il pubblico giapponese sembra apprezzare, anche se appare del tutto bizzarro che assista al concerto completamente fermo – così ci pare di capire dalla registrazione. Ma d’altra parte la distanza, geografica e soprattutto culturale, è tanta e le tredici tracce di Live in Japan rimangono soprattutto un sostanzioso punto d’avvio per chi voglia conoscere uno dei migliori ensemble folk del nostro Paese.

Voto: 7.7
Brani migliori: Lu rusciu de lu mare, Don Pizzica.

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Written by Luca

20/05/2008 at 16:34

Di rabbia e stelle – Roberto Vecchioni (Universal, 2007)

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L’ottima esperienza “a nudo” de Il Contastorie – un manciata di brani riarrangiati per solo pianoforte e contrabbasso da Patrizio Fariselli e Paolino Dalla Porta – non ha lasciato molte tracce nella musica di Roberto Vecchioni, che per Di rabbia e stelle torna alla formula degli ultimi (non troppo esaltanti) lavori, quella di un pop-rock a base di chitarre elettriche, tastiere e archi sovrarrangiato e iperlucido. Con Mauro Pagani dietro le manopole negli ultimi due dischi in studio prima di questo la faccenda era cambiata un po’, ma allora era stata l’ispirazione a mancare, soprattutto per lo sconfortante Rotary Club of Malindi, uno dei più bassi dell’intera carriera del Professore dopo un decennio, gli anni novanta, trascorso almeno a livello d’ispirazione in modo più che discreto.

Questo nuovo lavoro dunque doveva essere la riscossa, ed in effetti si percepisce nettamente come Vecchioni – reduce da un periodo non troppo facile a livello personale – ci abbia messo molto, sia in quanto a tempo che a impegno (tredici i brani), per realizzarlo. Peccato che quel molto impegno, i tredici brani appunto, insieme alla già citata tracotanza degli arrangiamenti siano le due palle al piede dell’opera, tanto che osservata la scaletta brano per brano risulta quasi matematica al termine dell’ascolto la corrispondenza tra brani brutti, o inutili, e i difetti di cui sopra.

L’ispirazione non dura tredici canzoni. Otto, o al massimo nove, avrebbero trasformato il disco non in un capolavoro ma in un ritorno convincente. Forse i drammi personali hanno reso la scrittura più essenziale di un tempo e i brani nel cassetto numericamente maggiori; forse Vecchioni ha deciso di puntare tutto sulla sincerità – la sincerità di raccontarsi totalmente, che qui si tocca davvero con mano anche nei passaggi meno riusciti. Sta di fatto che almeno tre tracce potevano essere tranquillamente scartate: La ragazza dal filo d’argento, col suo surrogato springsteeniano di elettriche-batteria-organo; Neanche se piangi in cinese, vano tentativo di raccontare in modo frizzante il tema dello sconforto esistenziale (altrove ricorrente con più fortuna) e Il violinista sul tetto, folk parecchio annacquato che la presenza di Teresa De Sio non riesce in alcun modo a resuscitare. A completare la lista poi almeno due brani rovinati da arrangiamenti troppo abbondanti o fuori rotta (inevitabilmente la produzione di Lucio Fabbri qualche grossa colpa ce l’ha). Sono Non lasciarmi andare via, che parte bene con spazzole ed acustica lievi e poi s’inzacchera in una melassa di archi (peccato, perché il testo è una richiesta d’aiuto forte e viscerale come poche) e Amore non amore, con i suoi bordoni d’organo ricamati da elettriche senza peso – anche se, a dirla tutta, quest’ultima poteva finire anche negli scarti per poca ispirazione.

Di contro le altre dimostrano un Vecchioni ancora vivo, vibrante, che riesce col mestiere laddove manca l’intuizione ma al contempo di intuizioni ne sparge ancora. La scrittura e il fraseggio melodico sono i suoi, tipici e distinguibili (cosa che, per ragionare ancora una volta su fronti opposti, diventa una zavorra quando la penna latita). Lo spessore emozionale è quello di un uomo disposto a confessarsi e bisognoso di farlo, che non rinuncia alla fissa della citazione cine-letteraria usata come spunto poetico o come semplice feticcio (Benni in Comici spaventati guerrieri, De Filippo in Questi fantasmi, Tolstoj ne Il cielo di Austerlitz, Jewison per Il violinista su tetto) e che scarnifica od esalta le vestiture a seconda della grana sentimentale dei pezzi. Comici spaventati guerrieri e Questi fantasmi scalciano d’affetto e d’indignazione rispettivamente a difesa dei giovani e contro i tanti brutti personaggi che infestano l’Italia; Mond lader riprende lo stesso fervore attraverso un dialetto milanese virato in seppia; Amico mio, Il sole di Austerlitz e Le rose blu – le prime due ben arrangiate da Fariselli – riportano Vecchioni su rotte da chansonnier confidenziale che snocciola uno dietro l’altro i suoi amori e le sue paure tra biografia, letteratura e spiritualità. Sono queste le tre vere zampate del disco, ma se confrontate al resto non risolvono quei nodi che l’autore di Luci a San Siro si porta appresso, come un cargo troppo pesante, da ormai troppi anni.

Voto: 5.4
Brani migliori: Comici spaventati guerrieri. 

Written by Luca

20/05/2008 at 09:56