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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for aprile 4th, 2008

Collettivo Angelo Mai – Collettivo Angelo Mai (Autoprodotto, 2007)

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All’inizio è stata un’occupazione per emergenza abitativa da parte di trenta famiglie. Poi si è aggiunto accanto un laboratorio culturale: teatro, cinema, arte contemporanea e, ovviamente, musica. Tre anni di socialità e cultura a prezzi popolari, in mezzo uno sgombero, ma anche l’assegnazione di un nuovo posto dove stare, con l’effettivo riconoscimento da parte delle istituzioni della città di Roma. E’ l’Angelo Mai Occupato, il cui omonimo Collettivo dà alle stampe questo disco autoprodotto e registrato in soli quattro giorni che ospita alcuni degli animatori delle serate musicali del centro. Lungo le tredici tracce improvvisazioni jazz brevi e rumoristiche, strumentali dal taglio cinematico e vere e proprie canzoni che coinvolgono alcuni protagonisti dell’area cantautorale romana: gli esordienti Massimo Giangrande e Francesco Forni e i ben più noti Roberto Angelini e Pino Marino. Proprio da questi ultimi, e dagli strumentali ad opera dell’ex Tiromancino Andrea Pesce, vengono le cose più interessanti di tutto il lotto. Giangrande firma l’intensa ballad da saloon morriconiano Il mestiere di vivere e in chiusura presta la propria voce al sigillo corale di Across the universe; mentre Forni solletica l’animo con l’intima Un giorno qualunque e accelera il ritmo con lo swing semialcolico di Blue Venom Bar. I due “famosi” invece riarrangiano pezzi già editi o pronti da editare, arricchendo di sfumature gli arrangiamenti grazie alla poliedrica sezione strumentale del Collettivo, che tra fiati multiformi, vibrafoni e campane (ci mette la mano pure un Filippo Gatti in penombra) regala aromi folk-jazz alle ottime Non ho lavoro e Io resto qui di Pino Marino e alle confortanti Oceano e Fiori rari (la prima dall’esordio “Sig. Domani”, la seconda presente nel nuovo lavoro in uscita entro l’anno) di un Angelini ormai lontano dal capitombolo di “Gatto Matto”.
Disco e progetto utili e interessanti. Per tutte le informazioni (anche su come acquistare il disco) http://www.angelomai.org/. Fateci un giro, mi raccomando.

Voto: 6.8
Brani migliori: Il mestiere di vivere.

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Written by Luca

04/04/2008 at 18:30

Tutti contro tutti – Giorgio Canali & Rossofuoco (La Tempesta, 2007)

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A settanta metri al secondo e non fermarsi ancora: l’uomo che cantando e suonando precipita, indomabile. Chiamarlo rock’n’roll ma crederci poco, perché se anche tutto il resto è rock’n’roll, allora Giorgio Canali chissà chi è. Uno stile, ma di vita prima di tutto. Che le chitarre e i tamburi non basterebbero se non ci fosse l’Uomo. Colui che nudo e inarrestabile si infrange addosso a chi ascolta. Carne di rabbia e respiro di disincanto. Uno solitario contro tutti nel Tutti contro tutti della realtà: in fondo, un modo magnifico per non sentire il vuoto. Anche quando magari qualcosa non si presenta al meglio; oppure solo perché bisogna sempre fare i conti con il passato ed il passato per Tutti contro tutti è anno duemilaquattro, un capolavoro senza titolo, freccia in giù e basta. Se non ci fosse stato quel disco forse saremmo qui a oggi gridare al miracolo. Al contrario il quarto capitolo di Canali col carrarmato sonoro Rossuofoco sconta la grandezza del suo predecessore e rimane un passo indietro, ma uno solo.

Gli ingredienti non cambiano: rock e punk a scambiarsi e confondersi nel ruolo di protagonista. Stooges e Gun Club, a tratti Afghan Whigs, per un songwriting che rispetto al passato è meno rotondo e viene lasciato più libero di distendersi o fulminare. I testi anch’essi immutati nell’idea di base: stupendi macramé di rime e assonanze conditi da un citazionismo ossessivo ma salutare (da Gaber a Jobim: a voi scoprirne altri). A definirli in una parola viene da dire incisivi – proprio come i denti che incidono – ma di fondo sono letterari, con tutto ciò che comporta il termine in quanto a consapevolezza d’approccio, affinità con la realtà e suo disvelamento.

Quello che manca in pratica non sono le belle canzoni, ma le canzoni tanto belle da eguagliare le altre. E allora via con quelle belle ma non così belle: l’iniziale decollo chitarristico di Verità, la verità; la falcata amara e intransigente di Falso bolero; l’intimismo del tutto politico di Non dormi; la rilettura in italiano di “Septembre en attendant” (Settembre aspettando) dell’amico Bertrand Cantat con l’armonica di Bugo a rinvigorire gli spettri blues di una guerra infame come quella jugoslava. E poi l’accoppiata centrale di Swiss Hyde e Canzone della tolleranza e dell’amore universale, tipiche elencazioni a mitraglia di cui Canali è maestro, dove niente e nessuno viene risparmiato e la freccia precipita giù più che mai, senza scampo. A trascinare proprio al centro del presente più ripugnante e mortifero un lavoro che, anche solo per l’urgenza immutata e il calore – rabbiosamente umano – di ciò che dice, rimane comunque importante e necessario. Qualcuno ogni tanto si lascia scappare un Giorgio-Canali-unico-vero-rocker-in-Italia. Con qualche dubbio sull’unicità, ma certissimi in quanto a spirito e slancio, approviamo e confermiamo convinti.

Voto: 7.8
Brani migliori: Swiss Hyde, Canzone dell’amore e della tolleranza universale.

Written by Luca

04/04/2008 at 14:00

Pablo Ciallella – Pablo Ciallella (Warner, 2007)

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Qualcuno avrà conosciuto Pablo Ciallella attraverso Dura la vita a Milano città, singolo di qualche mese addietro che raccontava con ironia e disincanto la crudeltà della vita all’ombra del Duomo intersecandola con la più classica delle storie di amore finito (lui tradisce lei, lei lo scopre e lo caccia di casa). Voce recitante nelle strofe, canto nel ritornello piuttosto ruffiano – ma tutto sommato salvabile rispetto ai parametri della radiofonia nostrana – per un brano che a discapito della sua particolarità non riusciva del tutto a sfondare, segnalando comunque Ciallella (italo-argentino emigrato in Italia a metà anni ottanta) come un personaggio se non altro eccentrico e in parte diverso dagli standard. Eccentricità e diversità che tornano anche in questo omonimo esordio sulla lunga distanza prodotto da Roberto Vernetti per la Warner, in cui Ciallella si presenta come una specie di Carotone metropolitano incrociato ad un Bugo privato delle primigenie istanze lo-fi, e con una voce che nei momenti più lirici ricorda addirittura Bersani. Insomma un mix intrigante e piuttosto nuovo, che però alla prova dei fatti non riesce a sorprendere, rimanendo sospeso tra barlumi (comunque secondari) di originalità e passaggi sommamente prevedibili.

Alla voce prevedibilità mettiamo in primis gli arrangiamenti di Vernetti e Marco Prati: è chiaro che un disco marchiato Warner debba anche e soprattutto vendere, ma – permetteteci di dirlo – i due questa volta l’hanno venduto un po’ male. Nel senso che gli arrangiamenti, ovviamente tirati a lucido, ovviamente patinati come la lex radiofonica esige, sono inutili, e anche parecchio bruttini. Qualche base elettronica buttata lì come capita capita (e mai che il “come capita capita” diventi determinante), slide-guitar a ripetizione in didascalia Ciallella-ultimo-eroe-del-west, coretti loffi e strasentiti, nessuna idea che alla lunga si insinui nelle orecchie di chi ascolta e caratterizzi il pezzo. In pratica ordinaria amministrazione, e neanche della migliore.
Eppure di una mano in studio ce n’era bisogno, perché Ciallella sarà pure un personaggio sui generis ma la canzone geniale (come il “mondo difficile” carotoniano, come quella decina scritte da Bugo) non l’ha ancora partorita. Vi si candida il già citato singolo, senza riuscirci. Poi La lavatrice (bello solo l’iniziale «gli uomini pensano al maschile le donne pensano al femminile / ma non tutti sanno far partire la lavatrice»), e anche Rincoglionito, che è il nuovo singolo e qualche chance da tormentone potrebbe pure averla – se non altro perché nell’horror vacui dell’estate italiana pronunciare una ventina di volte rincoglionito in spiaggia può sempre fare figo. Ma da qui al genio ce ne passa.
Meglio invece in versante intimista della track-list: Mi manchi è il seguito ferito della cacciata di Dura la vita a Milano città ed è quasi da pelle d’oca; L’albero delle canzoni lascia il testo un po’ traballante ma coglie nel segno raccontando con realismo e forza emotiva una storia di tossicodipendenza. Certo, in mezzo ci sta pure il folk-rock radio-friendly di Alla fermata della autobus, che profila un baratro di inconsistenza in cui è vitale non cadere. Ma, come spesso ci capita dire in questi casi, è soprattutto una questione di scelte. La prima da fare per il prossimo disco è non sprecare quel tanto di qualità che tra le righe si trova anche qui e che va sicuramente coltivato e fatto crescere. Al di là dell’essere o meno un personaggio interessante. E vendibile.

Voto: 5.2
Brani migliori: Mi manchi.

Written by Luca

04/04/2008 at 08:07