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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for aprile 2nd, 2008

Non Io – Bachi da Pietra (Wallace/Die Schachtel, 2007)

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«Scendi all’automatico col bancomat, dieci litri di benzina in una tanica, saluti un conoscente sali in macchina, sorridi alla tua soluzione drastica […] Questa casa di legno che osservi bruciare apre altre strade». Prendere il largo dal fuoco, senza risorgere. Buttarsi dentro, sotto, nell’anima moderna del mondo. Il secondo disco dei Bachi da Pietra vi si butta a capofitto, con sguardo lucido e implacabile ne squadra la condizione sociale, individuale, disperata. Dal commiato solitario e sepolcrale di Casa di legno verso l’epifania blues-industrial in trance Einstürzende Neubauten di Altri Guasti, e poi oltre. Un viaggio che è un guardarsi intorno e dire, con i versi più veri e più giusti, e per questo impossibili da lasciare scorrere senza crollare almeno un po’. Un viaggio che sulle parole-corde di Giovanni Succi (chi scrive meglio di lui, oggi, in Italia?) e sui ritmi-timbri sempre più variamente oscuri di Bruno Dorella sconta tutta la sua lucida forza, il suo humus brulicante metallo, terra e sangue.

Non Io è titolo che sintetizza tutto perfettamente, mantra accumulativo che nella title-track («fiato al pensiero tanfo di fogna ieri domani la cloaca la storia») irrora un cuore pulsante vuoto e alienazione. Fisica elementare a seguire si innalza mostrando i gomiti di una trama doom densa e quadrata; Lunedì risponde coi suoi vuoti-suoni profondissimi e penetranti: dalla terra – verso la quale, comunque anche qui, prima o poi si torna – al buio che nega e chiarifica («per vedere devi perdere gli occhi») se un senso c’è è quello vergato nelle poche splendide immagini di Farfallazza, che «testardamente: indifferente» sbatte le ali «imperterrita sulla boccia dura del lampione», anche se «non avrebbe senso: non c’è nessuno dentro: insisti d’istinto finchè sarà spento».

Dunque prima di tutto «assicuratevi di essere vivi: Check life», che all’arrivo di Bastiano sarà tormenta elettrica sferragliante corde e incudini: istantanea come non mai nel suo minuto e mezzo e poco più, calca ancora di più l’attuale orizzonte umano («color supplica di cane»), e allarga quello musicale alla germinazione post maltrattata e troncata alla meglio di Giorno perso nonché alla conclusiva “pop-song” (virgolette da aggiungere ad abundantiam) Ofelia: ninna-nanna “da pietra” che sigilla un disco definitivo, fondamentale e – per potenza espressiva – inarrivabile con l’unica cosa che resta da dire: «vivere ancora per morire ancora come amare ancora come bere ancora per fumare ancora come alzarsi ancora e ricadere sola».

Voto: 9.7
Brani migliori: Altri guasti, Non Io, Lunedì.

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Written by Luca

02/04/2008 at 16:01

Distratto ma però – Peppe Voltarelli (Alabianca/Komart/Venus, 2007)

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Già ne parlammo ampiamente qui ed è bene ripeterlo, aggiungendo che forse è pure ora di appendere un cartello nella sale prove, nelle cantine, nelle camerette (dove si dice che le canzoni originariamente nascano). Chi vuole fare il cantautore, oggi, in Italia, non è obbligato a infilare Vinicio Capossela ovunque sia possibile. Punto. La situazione è quasi epidemica, patologica. Capossela, ovunque.
Prendete uno come Peppe Voltarelli: mica un esordiente, mica uno di primo pelo. Il Parto delle Nuvole Pesanti nel curriculum, poi teatro, cinema. Esordisce solista con questo Distratto ma però e no, non fa un disco del tutto alla Capossela. Però di riffa o di raffa nei brani ce lo infila spesso. Che poi magari le canzoni girano anche, si fanno sentire, però a forza di sentire sempre quelle chitarre, quelle andature dinoccolate-swordfishtrombonesiane, quelle atmosfere alcoliche-disperate-maledette, alla fine risulta quasi tutto uguale a quel disco o a quell’altro ancora (o all’inimitabile originale e all’ancor più inimitabile padre spiritual-artistico). E ovviamente tutto noioso, molto noioso.

 

Qui le tracce in cui davvero si rintraccia Capossela sono “solo” quattro: Scendo (autentico calco waitsiano con ritornello folkeggiante), La luna ride (una taranta vigorosa a cui la calabresità di Voltarelli non vieta un rimando al “Ballo di San Vito”), Come faccio con te (organo in tre quarti con manovelle accluse) e Sollevato (altro calco from Pomona). Ma pesano tantissimo sull’economia del disco, ne inficiano la purezza, soprattutto la personalità. Come si dice: il troppo, stroppia. E stroppia ancora di più se anche il resto non brilla ne per volontà di rinnovamento ne per zelo di personalità. In sintesi: una storia d’immigrazione in salsa raggae e trombe spiegate (Italiani superstar, Roy Paci ai fiati), qualche buona ballata in dialetto (Aria e L’anima è vulata, quest’ultima con Cammariere al piano), l’immancabile saltarello jazzato (Turismo in quantità) e una title-track questa sì davvero azzeccata per pathos e spirito tanghero. E poi il marchio ormai poco digeribile di cui sopra.

Aspettarsi qualcosa di più da uno come Voltarelli è ovvio. Aspettarsi qualcosa di diverso da chi un giorno decide di provare la strada del cantautorato non è solo giusto, è ormai necessario, se non addirittura vitale. Per intanto avanti il prossimo. E che qualcuno, per favore, appenda quel benedetto cartello.

Voto: 5.7
Brani migliori: Distratto ma però.

Written by Luca

02/04/2008 at 09:49