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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Lemming – Ronin (Ghost Records, 2007)

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Spostare la moneta sull’atlante, via dal west verso l’Altrove: il mondo, o una parte di esso. Sarebbe stato semplice – ma comunque, lo scommettiamo, bello – per i Ronin replicare l’immaginario westernato dell’omonimo esordio, che tre anni orsono ampliava di qualche metro quell’area di epopea e malinconia che da Morricone porta dritta ai Calexico, passando cinematicamente per i Dirty Three. Ma per il loro secondo lavoro Bruno Dorella e compagni voltano lo sguardo e muovono il dito sulla cartina, alla ricerca di sonorità diverse e inedite. Folk etnicizzato, contaminazioni sul filo della curiosità, deserti – condizioni dell’anima più che riferimenti geografici – cercati e trovati in altri luoghi, in altre evocazioni. Sulla spiaggia de I pescatori non sono tornati (spazzole, chitarre al crepuscolo e coro sepolcrale: requiem marinaro per tutti coloro che non furono Ismael) e nel dopo festa solitario della brasiliana La Banda – un Brasile da bossa semibriosa sciolta in un soffione di piatti e neghittoso rallentamento ad hoc. Oppure nella memoria verso il sottosuolo di Mantra infernale, lungo incedere di tamburo tuonante, chitarra monocorde e sega a richiamare in morte fantasmi ed urla lontane, brano che di per sé non ha nulla di nuovo ma lascia comunque interdetti per la sua implacabilità. Tutti ridosaggi delle proprie influenze folk che accantonano la fisarmonica (compare solo nel “tango americano” di Portland) a favore della chitarra e che, quando serve, aggirano l’ostacolo esotismo per ricondurre nelle proprie corde anche gli odori africani della dinoccolata L’etiope.
Alla base di tutto poi una raffinatezza delle forme capace di rivestire di lamenti nostalgico-funerari il canto anarchico Il galeone (chicca l’interpretazione oriunda di Amy Denio) e aprire pure a scampoli sperimentali fino ad oggi inaspettati. Il folk-ambient brulicante oscurità e misticismo di You need it, then it comes (dalla penna di Coleen Kinsella dei Cerberus Shoal alla bravura di un Dorella che fa tutto in proprio: voce, chitarra, timpano, violoncello) e la dissertazione ambientale per due chitarre (Dorella e Nicola Ratti) della title-track tutta rumori turbanti, pennellate profonde e solitudine cosmica sono, lungo questa linea, le cose più interessanti di tutto il lotto. A soli tre mesi dall’inizio dell’anno, uno dei dischi italiani da portarsi ben oltre i prossimi dodici mesi.

Voto: 8.5
Brani migliori: I pescatori non sono tornati, L’etiope, You need it, the it comes.

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Written by Luca

24/03/2008 a 09:53

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