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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Il seme e la speranza – Gang (Lifegate, 2006)

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A saggiarne la coerenza e la fiera convinzione con cui da più di vent’anni portano avanti le loro idee non si direbbe che i Gang siano italiani. Italiani non tanto in senso musicale, quanto proprio antropologicamente, per quella loro anomalia – che in una sola parola potremmo chiamare integrità – del tutto fuori moda in un Paese come il nostro, sul cui tricolore a suo tempo Leo Longanesi avrebbe tanto voluto scrivere un sintomatico “Tengo famiglia”. Ma una risposta stupida di Marino Severini ad una ancor più stupida recensione di questo Il seme e la speranza apparsa su una nota rivista musicale alcune settimane fa ci fanno dire che sì, i Gang non saranno poi così tanto antropologicamente italiani, ma da italiani – da italiani “da bar”, perché è questo il livello medio di tante delle discussioni culturali, politiche e via dicendo di questo nostro Paese-condominio, sempre più rissoso e inconcludente – per una volta si sono comportati (per approfondire la questione consultate il loro sito).

Peccato, perché se non ci fosse la (loro) storia a soccorrerci si farebbe un po’ fatica a credere che proprio il Marino Severini di quella risposta piccatissima, arrogante e insultoria sia lo stesso che sta dietro insieme all’inseparabile fratello Sandro a questo lavoro. Un lavoro che, prima ancora di essere un disco di canzoni, è un’intelligente operazione culturale dalle traiettorie precise, volta a recuperare in senso sociale e politico la cultura e l’immaginario del mondo contadino, come risposta ad un sistema politico-economico i cui eccessi e le cui storture ci stanno mandando in rovina.

Tra inediti scritti per l’occasione (E’ terra nostra), cover (Saluteremo il signor padrone, This land is your land) e piacevoli ripescaggi (La pianura dei sette fratelli rifatta dalle Mondine di Novi, La canzone dell’emigrante), Il seme e la speranza riporta i Gang sulle strade di un combat-folk come sempre traboccante passione e impegno, tutto chitarre, violini, fisarmoniche e organo, che traccia un sottile ma evidente collegamento all’insegna delle radici con le “Seeger Sessions” di Springsteen. Ovvio che non siamo ai quei livelli – e a dirla tutta, pur rimanendo sempre discreto il livello delle canzoni, non siamo neanche al livello dei migliori Gang – ma la sostanza è quella, e pure la genuinità. Del resto, soprattutto a fronte di un certo immobilismo stilistico che è ormai anche un marchio di fabbrica (in soldoni: se prima non vi piacevano i Gang, questo disco non vi farà di certo cambiare idea), proprio quest’ultima rimane oggi l’arma in più dei fratelli Severini. Una musica sincera, intrinsecamente popolare, e tutt’altro che geneticamente modificata. Insomma: le radici della terra, le ali della speranza. E uno spirito che, risposte sopra le righe a parte, speriamo rimanga in futuro ancora così intatto e intelligente.

Voto: 6.2
Brani migliori: La canzone dell’emigrante.

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Written by Luca

14/03/2008 a 15:38

Pubblicato su Gang, musica, recensione, recensioni

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