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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Unicamista – Unicamista (Lilium, 2006)

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Che farsene dell’ennesimo gruppo patchanka? Gli Unicamista da lì vengono e lì rimangono, calcando un po’ la mano sui ritmi in levare (ska soprattutto, poi raggae e dub) ma transitando per tredici tracce tredici nei territori di un genere che dai Mano Negra a Manu Chao – passando per tutte le filiazioni, italiane e non (Mau Mau, Bandabardò, ultimi Modena City Ramblers, Apres La Classe… devo continuare?) – è ormai del tutto saturo. E allora appunto che farsene? Perché è proprio questo il punto. Questi dieci ragazzi lombardi in quanto a miscugli etnici e soluzioni ballabili sanno il fatto loro; hanno un’eccellente sezione fiati e un’altrettanta buona vena compositiva – ben supportata dagli intrecci vocali dei due cantanti Slavo e Mila. Ma suonano una musica colma oltre l’orlo, che non ha più niente (di nuovo?) da dire, e che è stata tanto praticata (ed abusata) negli ultimi anni da riuscire ad imbrigliare ed uccidere anche il più impercettibile degli spunti personali. Ascoltate questo disco: a meno che proprio non detestiate il genere, non potete dire che sia brutto, ci sono almeno due o tre canzoni davvero buone (Mediterraneo, La tremendissima e soprattutto Guerra cultivar, incrocio riuscito tra Africa Unite e Subsonica) e le restanti si tengono su abbastanza (del resto è pur sempre un esordio). Ma non potete nemmeno dire di stare a sentire qualcosa di personale, figuriamoci poi di nuovo. Il clichè – perché di questo purtroppo si tratta, e non più di genere – è rispettato al dettaglio: ritmi veloci, idiomi che si incrociano (italiano, inglese e l’immancabile spagnolo), ripartenze saltellanti, impegno sociale a suon di slogan, qualche momento poetico un po’ alla buona. Musica così è solamente rassicurante, contraria alla curiosità, utile soprattutto per il consenso in feste (o meglio: fiere) dell’Unità, che di veramente politico hanno ormai poco. Gli Unicamista e i gruppi a loro più o meno simili non sono sicuramente in malafede e nemmeno a capo di chissà quale organizzazione propagandistica. Ma forse devono stare attenti: che omologazione e superficialità purtroppo non sono solo, e non più, “dall’altra parte”. Probabilmente “da questa parte” e “dall’altra parte” sono distinzioni vecchie come la patchanka. Che è diventata, disco dopo disco, slogan dopo slogan, nella sua estrema dinamicità danzereccia e nel suo progressismo libertario ed eguagliante (soprattutto a parole però), qualcosa di immobile, reazionario, puramente conformistico. Musica organica, insomma. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Voto: 4.8
Brani migliori: Guerra cultivar.

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Written by Luca

12/02/2008 a 10:54

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