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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for gennaio 31st, 2008

L’aldiquà – Samuele Bersani (BMG Ricordi, 2006)

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Ho l’impressione che quando fra venti o trent’anni faremo un riassunto delle cose migliori fatte da Samuele Bersani nella sua carriera non ci ricorderemo de “L’aldiquà“. E non perché il sesto lavoro del cantautore romagnolo sia brutto. Tutt’altro. Ma perché esso stenta a spiccare il volo, privo com’è di quelle due o tre zampate che alla fine degli anni novanta ci hanno regalato del nostro almeno un paio di ottimi lavori – “Samuele Bersani” e “L’Oroscopo speciale” a detta del sottoscritto.

Qui il difetto è lo stesso del precedente “Caramella Smog”: una dopo l’altra le canzoni sono tutte almeno sufficienti ed alcune davvero belle, ma quasi nessuna è dotata di quello spleen tale da renderla memorabile. Non c’entra molto l’ispirazione e nemmeno il talento (entrambi certamente presenti), è piuttosto una questione di leggerezza, che da qualche tempo a questa parte Bersani sembra avere un po’ perso. Non è un caso che ne “L’aldiquà” le cose migliori vengano da quegli episodi più tipicamente pop, e per quanto riguarda i testi, quantitativamente più esigui e qualitativamente più diretti. Il mezzo rock acustico La prospettiva del pollo arrosto (pungente e amaro alla Ivan Graziani), o il samba-pop contagioso – ma dall’anima grigia e modernamente kafkiana – Lo scrutatore non votante, o ancora la commuovente Sicuro precariato sono infatti i brani che più ci ricordano il miglior Bersani, quello per intenderci di “Giudizi Universali” e “Replay”, la cui poeticità profonda e, appunto, lieve sapeva perfettamente raccontare il reale partendo da minuscoli particolari descritti per cosa effettivamente erano, senza eccessivi ermetismi e prolissità. Al contrario altri episodi (Lascia stare, Il maratoneta, Sogni), che spostandosi dalla sfera sociale a quella privata stringono fin troppo le maglie dei significati, risultando sterili e un po’ inconcludenti, e indeboliscono di molto – al limite della sonnolenza – la parte iniziale e finale del disco.

Eppure, nonostante questo, Bersani è all’apice della sua carriera artistico-umana. A dimostrarlo brani dalle tematiche complesse e rischiose come Occhiali rotti e Sicuro precariato: il primo narra la brutta vicenda del giornalista Enzo Baldoni ammazzato in Iraq, e lo fa attraverso una pop-song accattivante e gioiosa che piano piano si insinua sotto pelle inducendoci a cantarne quando meno ce lo aspettiamo parole durissime e disincantate; mentre il secondo racconta senza proclami e giudizi la rapida discesa di un insegnante precario da una fragilità solo lavorativa ad un’altrettanta instabilità che coinvolge tutta l’esistenza, sentimenti in primis. Due perle di grande forza comunicativa da cui forse Bersani dovrebbe ripartire per non rimanere in futuro “solo” quello di “Giudizi Universali”. 

Voto: 6.5
Brani migliori: Sicurio precariato. 

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Written by Luca

31/01/2008 at 15:53

Watering Trees – Feldmann (Stoutmusic/Audioglobe, 2006)

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Chi ha apprezzato i due dischi fino ad oggi pubblicati da Pietro De Cristofaro alias Song For Ulan e le ultime cose di Cesare Basile non potrà non dare un ascolto a questo primo lavoro dei Feldmann, nome dietro cui si nasconde l’ex Puertorico/Loma Massimo Ferrarotto in compagnia di Tazio Iacobacci dei Tellaro. Watering Trees (che ospita lo stesso Basile alle chitarre) si muove infatti entro l’onda lunga del miglior cantautorato tradizionale americano – alternativo ma non solo – proponendo undici episodi in cui a far da padrone sono soprattutto le chitarre (acustiche, elettriche, steel) in un gioco continuo di intrecci curati e atmosferici che guardano tanto al blues più malinconico e meditativo (Black Eyes) quanto al pop più rotondo e newacousticheggiante (Come closer).
Il clima è quasi sempre crepuscolare e dolceamaro, l’ispirazione non certo deficitaria (anche per quanto riguarda le liriche, spartite quasi alla pari dal duo), Watering Trees sconta però sulla propria pelle il fatto di essere alla lunga un po’ troppo monocorde. Le canzoni scorrono piacevoli più per l’impatto generale che per la forza dei singoli episodi, e non a caso basta anche solo la mutazione di un minimo carattere per rendere tutto più interessante. Succede ad esempio per l’accento waitsiano di Bloos 354 o per quello country-desertico in area Howe Gelb di The Grass, gli episodi migliori di un lavoro ben fatto ma sempre un po’ a rischio sonnolenza.

Voto: 5.7
Brani migliori: The Grass.

Written by Luca

31/01/2008 at 08:26