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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for gennaio 30th, 2008

Notturno Rozz – Stefano Piro (Autoprodotto/Deltadischi, 2006)

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In pochi probabilmente si ricorderanno dei Lythium, che a cavallo tra il 2000 e il 2001 passarono prima dal Festival di Sanremo con il brano “Noël” (ricevendone in cambio il più ovvio dei premi della critica) e pubblicarono poi per la Sony l’esordio “Amaro”. Il gruppo ligure di lì a poco si sciolse definitivamente e Stefano Piro, che di quella formazione era la voce e l’autore dei testi, pubblica oggi Notturno Rozz, esordio solista giocato nel bene e nel male sulle stesse coordinate delle origini.
Diciamo nel bene e nel male perché se è vero che oggi come allora il punto di forza della proposta dei Lythium e di Piro è un azzeccato miscuglio tra rock d’autore, jazz, reminescenze tanghere e lievi virate balcaniche – in un crocevia che guarda indistintamente a Cave e Piazzolla (qui omaggiato con una rilettura di Vuelvo al Sur), a Conte e ai primi La Crus, questi ultimi con le chitarre elettriche al posto della macchine – è vero allo stesso tempo che “Notturno Rozz” ha l’identico difetto del suo predecessore. Ovvero non contiene canzoni decisive che permettano al disco di durare.

La penna di Piro è cresciuta, nei testi ha limato certe ingenuità che azzoppavano non poco le canzoni passate e oggi si muove bene tra storie d’amore e disperazione dal taglio a volte bukowskiano; ma non trova ancora ispirazione a sufficienza da risultare davvero interessante. E difatti durante l’ascolto, grazie anche all’ottimo lavoro sugli arrangiamenti che mischiano con perizia chitarre rockeggianti e rhodes lunari, fiati da big band e sinuosi ottetti d’archi, a convincere è soprattutto l’atmosfera fumosamente notturna e a tratti quasi demoniaca (L’amor del male) che permea tutti i brani, ma non i brani in sé. Quelli, pur mantenendosi sempre su livelli buoni, sfiorano l’apice solo una o due volte (Odio il tempo, Suite di buona primavera) e lasciano infine a bocca asciutta chi è in cerca del capolavoro e trova invece un lavoro discreto e nulla più, ancora in attesa di quel salto determinante che ne consolidi i meriti.

Voto: 6.2
Brani migliori: Odio il tempo.

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Written by Luca

30/01/2008 at 14:43

Tras os montes – Stefano Giaccone (La Locomotiva Dischi, 2006)

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Ci sono dischi che chiedono conto a chi li ascolta di come e di cosa si vive. Canzoni che domandano da che parte si sta e da che parte si vorrebbe/dovrebbe stare, ponendo questioni che vanno al di là delle bandiere e aspirano decise al cuore e alla coscienza. Non è politica, non quella dei partiti almeno, e non è neanche polis, quel “vivere civile” negli ultimi tempi quantomai deturpato che di arte civile oggi avrebbe immensamente bisogno: è soprattutto il «tentativo», disperato ma speranzoso, di «sconfiggere l’assurdità del mondo», citando le parole di Phil Ochs che accompagnano le canzoni di “Tutto quello che vediamo è qualcos’altro” ultimo disco solista (anno 2003) di Stefano Giaccone prima di “Tras os montes“. Lavoro, quest’ultimo dell’ex Franti, che dal «tentativo» ochsiano e dalle domande di cui parlavamo prima trae respiro e forza, riuscendo ad essere il miglior disco autoriale del nostro dall’esordio del 1998 (sotto l’acronimo Tony Buddenbrook) ad oggi.

Undici gli episodi di cui otto autografi, con due ottime riletture da repertori altrui (Senza sicura di Edoardo Cerea e La neve dei 24 Grana) e una “Totally yours” di John Doe  ben rifatta in italiano come Tuo per sempre. Undici canzoni poderose e schiette, cantate con una voce più che mai solida su pochi ma perfetti accordi folk-blues di chitarre acustiche e pianoforte che lasciano campo libero a trombe jazzate, archi e fulminee incursioni elettriche. Ottima l’opera di Giaccone sui testi, maggiormente compiuti rispetto al passato e debitori di una tensione morale che è tutta del De Andrè de “La Domenica delle Salme”, buono anche il lavoro di Dylan Fowler alla produzione e alla registrazione, questa volta davvero all’altezza dei brani in gioco.  

Quel giorno sposa Nick Drake al Guccini più crepuscolare in una commuovente riflessione sul disincanto e l’amarezza («E tutto quel che hai è quel riflesso d’estate / sulla tua bottiglia, in un campo di grano»); Falsa cronaca dell’abbandono e Ridere, unico episodio rockeggiante del combo, guardano rispettivamente a Fossati e al primo Finardi di scuola Cramps; Morecambe Bay, nel suo contrasto tra pietà acustica e inarrestabile violenza elettrica, è la più antiretorica e vera delle canzoni sull’immigrazione che ci è capitato; Canzone con dito medio e Nessuno chieda, i due capolavori dell’album, sono invece i brani che da tempo attendevamo su questi ultimi anni indecenti e su uno dei loro peggiori misfatti – la morte di Carlo Giuliani – di cui finalmente si dice l’unica cosa che dal primo momento si sarebbe dovuta dire: «Nessuno chieda il permesso di entrare / in una morte a vent’anni / per ricordare un volto o una voce / per il mestiere o per posare la croce».

“Tras os montes” è un disco senza sconti, sincero fino alla nudità e arcigno come lo sono le montagne del titolo. Non arriverà tanto facilmente sulle pagine dei giornali e probabilmente non occuperà neanche molti degli immensi spazi blogosferici della rete. Ma se ne avrete la possibilità non lasciatevelo scappare: di un disco così dovremo per forza tener conto quando sarà l’ora di decidere cosa ci ha entusiasmato in questo non troppo esaltante duemilasei. E a parte le classifiche, di un disco così tutti dovremmo tener conto allorché si provi ad essere individui un minimo coraggiosi e un minimo sinceri. Lo diceva bene Phil Ochs: «Anche se non puoi aspettarti di sconfiggere l’assurdità del mondo, puoi fare un tentativo. Questa è la moralità, questa è la religione, questa è l’arte, questa è la vita».

Written by Luca

30/01/2008 at 08:47