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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Pippo Pollina: “A noi ci piace così…”

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Troviamo Pippo Pollina e il suo gruppo alle prese con il sound-check e una presa elettrica che fa le bizze. La sua storia artistica è ormai nota – per chi non la conoscesse Pollina, fondatore degli Agricantus stanco della realtà culturale italiana, è emigrato nel 1985 in Svizzera e da lì dopo un periodo da musicista di strada ha riscosso via via un sempre maggiore successo che lo ha portato ad essere un artista importantissimo in terra elvetica e in Germania e a “tornare” musicalmente in Italia solo negli ultimi anni – “Bar Casablanca” è il suo diciannovesimo disco (ma solo il quinto edito anche in Italia) e nei giorni precedenti all’intervista Pollina era in Italia per una mini-serie di concerti di presentazione. La data di Milano è stata un’occasione per incontrarlo ed avere a che fare coi modi gentili di una persona veramente alla mano. 

Questa di stasera a Milano è la quinta data della tua mini-tournèe italiana. Ci vuoi fare un piccolo bilancio di com’è andata fino ad ora?
Malissimo! No scherzo… A Roma al Teatro Eliseo è andata benissimo; e anche a Mira, in provincia di Venezia, è andata bene. Invece ieri a Torino, al Folk Club, mi aspettavo qualcosa di più. Erano sei anni che non suonavo a Torino e inevitabilmente un’assenza così lunga la paghi un po’. Vedremo stasera qui a Milano, ma non sarà facile. Per me Milano non è mai stata una città facile.

“Bar Casablanca” è un lavoro molto eterogeneo, nelle influenze musicali come nei temi. Perché tra tutte le quattordici tracce hai scelto proprio “Bar Casablanca” come titolo?
Fondamentalmente perché suonava bene. Il nome di un disco di solito si sceglie tra due o tre titoli di pezzi che ti sembrano giusti per l’orecchio. Poi ci puoi trovare un infinità di motivi che diano un senso a quella scelta, ma spesso sono solo motivi di facciata. Pensandoci bene però dietro la scelta di “Bar Casablanca” c’è anche un motivo che va al di là della sonorità, ma il criterio di scelta primario è stato, appunto, la musica.

L’eterogeneità di “Bar Casablanca” si manifesta anche nella quantità di luoghi citati nelle canzoni (Norröra, Parigi, Montevideo, Vancouver…), tanto che è lecito pensare che i testi di questo disco derivino da un tuo diario di viaggio o siano essi stessi una specie di diario…
Buona parte delle canzoni di “Bar Casablanca” sono nate nei luoghi, come ad esempio “La pioggia di Vancouver”. Il viaggio all’interno di questo disco è una sorta di motore creativo, perché io viaggio sempre per portare in giro la mia musica. Ad ogni approdo c’è gente che ti aspetta, che ti comunica qualcosa: è quello, insieme al contatto effettivo con i luoghi, che fa scattare la molla creativa e il desiderio di suonare. Insomma io ho la fortuna di potermi alzare al mattino e domandare tra me e me “Chissà cosa mi succede oggi?” con più frequenza rispetto a chi fa un mestiere “qualunque”. E questo è un fattore importantissimo per ciò che faccio.

Ogni buon viaggiatore si porta almeno un libro appresso. E’ facilmente immaginabile il tuo amore per la letteratura, anche solo per aver dedicato alle tue passioni letterarie un intero disco (“Rossocuore”). C’è stata qualche lettura che ti ha influenzato durante questi viaggi e la scrittura delle relativa canzoni?
Sì, tantissime. Ti potrei dire John Fante, o Umberto Eco o i classici siciliani, che hanno dato un contributo importantissimo alla storia della letteratura italiana, penso ad esempio a uno come Gesualdo Bufalino. Tutti apporti fondamentali, però non ho la tendenza alla citazione. Preferisco farmi influenzare “a pelle”.

Avevo già accennato prima, parlando di eterogeneità, ai molteplici generi musicali che si avvicendano in “Bar Casablanca”: come si è svolto il lavoro di vestizione delle canzoni?
Il disco l’ho arrangiato io in prima persona. Quando abbiamo preso in mano gli strumenti avevo già le idee molto chiare su che taglio dare in generale ai pezzi. Poi ovviamente ho lasciato spazio ai consigli dei musicisti e ho pensato anche a quegli spazi che giustamente si meritavano per mettere in luce la loro preparazione tecnica.

Ne “La pioggia di Vancouver” racconti ciò che è successo alla magistratura italiana negli ultimi dieci anni. La tua posizione di italiano emigrato che guarda da fuori il suo paese ti permette, forse, di avere una posizione più lucida rispetto a chi le vicende le vive dall’interno. In poche parole, come vedi l’Italia? E come la vedono le persone che incontri ai tuoi concerti in Svizzera o in Germania?
Io l’Italia non la vedo soltanto da fuori, ci torno almeno una volta al mese e quindi la vivo. Sta di fatto che da fuori, come hai detto tu, l’Italia viene vista senza mezzi termini come una schifezza. Ma non si tratta tanto del luogo comune dell’Italia con la pizza e la mafia quanto dell’Italia governata da un uomo che ha un sacco di processi in corso e che per questo fatto dovrebbe quantomeno smettere di governare e rimettere il suo mandato. La gente in Germania e Svizzera trova assurdo che Berlusconi, coi guai giudiziari che si ritrova, rimanga al governo e nessuno dica niente. Da dentro invece il problema non è solo politico, ma culturale: l’Italia ha il Berlusconi che si merita, a noi sotto sotto piace avere Berlusconi al potere. Come nel film di Giordana “I cento passi” il rappresentante del partito comunista dice “A noi ci piace così, perché a noi ci piace essere sconfitti” così sono gli italiani: a noi Berlusconi piace e ce lo vogliamo tenere.

Dei quattoridici pezzi di “Bar Casablanca” uno è la cover de “La ballata della moda” di Luigi Tenco. Un pezzo che mi pare possa assumere per te un doppio significato, che va al di là del semplice omaggio…
Tenco è stato il mio primo grande amore italiano. Lo scoprii negli anni settanta, ero piccolino e mi procurai tutta la sua discografia e i pochi libri che parlavano di lui. Poi nel 1983, prima di una certa riabilitazione di Tenco in voga negli ultimi anni, feci a Palermo uno spettacolo tutto incentrato sulla sua figura che si intitolava “Tanto Tenco fa“. Ho scelto “La ballata della moda” perché è un pezzo minore e rifare canzoni che hanno già cantato più o meno tutti come “Mi sono innamorato di te” mi sembrava inutile. Certo, poi l’attualità della canzone in sé è tutta lì, basta ascoltarla.

Tenco insomma è stato per te, come per molti altri cantautori, una specie di padre artistico. A proposito di cantautori, secondo te come sta la categoria? C’è chi dice che sia da tempo ormai in un periodo di crisi irreversibile e ci sia il Premio Tenco a dimostralo…
Secondo me la categoria, al suo interno, sta bene. Il problema è che il mondo della musica italiana così come la penso io e tanti altri come me non ha più spazio per mostrarsi. Chi fa un disco nuovo e lo vuole promuovere non ha più visibilità, perché la televisione spazio non ne dà. E la televisione è diventata come la voce di dio: chi passa da lì esiste e chi non passa non è che si conosce poco: proprio non si conosce per nulla. Difatti chi anche è interessato ad un tipo di musica come la mia non sa dove andare a cercarsela e se chiedi a chi mi ascolta come mi hanno conosciuto, i più ti risponderanno che mi hanno conosciuto per sbaglio, magari ascoltandomi casualmente a casa di un amico.

“La luce di Norröra”, che apre “Bar Casablanca”, ha un arrangiamento fortemente evocativo, quasi cinematografico. Recentemente hai frequentato il cinema sia come attore che come autore della colonna sonora di un film dal titolo “Ricordare Anna”, ce ne vuoi parlare?
Da musicista l’essere alle prese con le immagini è molto diverso che dover musicare delle parole. La colonna sonora non deve aggiungere a ciò che è già nelle immagini, non deve comunicare. Deve piuttosto sottolineare quello che già si vede. Dal momento in cui una colonna sonora va al di là di questo suo compito, credo che sia una brutta colonna sonora. Parlo soprattutto per esperienza, senza avere particolari compositori che mi hanno ispirato: per “Ricordare Anna” ho ampliato, variandoli con l’orchestra, i temi di cinque miei canzoni. Per quando riguarda la recitazione è stata un’esperienza difficile ma bella, di certo la prima e l’ultima. Il risultato credo che lo potrete vedere presto anche in Italia.

Per finire volevo invitarti a fare un piccolo gioco: scegliere tra i dischi che possiamo ascoltare anche noi in Italia quello a cui sei più affezionato o che ti ha dato maggiori soddisfazioni, escludendo l’ultimo che, diciamo così, è troppo avvantaggiato
Mi spiace ma non penso di poter partecipare al gioco. Sono affezionato a tutti i miei album allo stesso modo, a “Bar Casablanca” come al primo che ho fatto. Mi succede questo perché io i miei dischi non li ascolto mai. “Rossocuore” è da quando è uscito che non lo ascolto, quindi più di cinque anni. “Bar Casablanca” lo sto ascoltando ora perché è nella fase-test di reazione del pubblico e io voglio capire profondamente come il pubblico reagisce alle canzoni che scrivo. Finita questa fase “di studio” anche “Bar Casablanca” non lo ascolterò per chissà quanto tempo.

Stasera a Milano, e poi?
Dopo la data di stasera ci sarà una lunga tournèe in Germania fino ad aprile, poi a maggio in Slovenia, Austria e di nuovo Italia. Altri progetti non ne ho: sono concentrato su questa lunga serie di concerti e non sono una persona che ama pianificare il futuro. Non ho nemmeno nuove canzoni nel cassetto: so che quando sarà il tempo giusto, arriveranno.

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Written by Luca

29/01/2008 a 20:14

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