Songwriters

recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for gennaio 21st, 2008

Per te – Amalia Grè (Capitol, 2006)

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Tanto clamore riscosse tre anni fa l’uscita del primo e omonimo disco di Amalia Grè, quanto il suo seguito nei mesi scorsi è passato quasi sotto silenzio. Potenza di una hit a suo modo stilosa come “Io cammino di notte da sola” e di una moda, qual è stata negli ultimi anni quella delle “cantanti jazz donne“, che se non sembra ancora essere del tutto sulla via del tramonto mediatico certo ci si sta avviando. Peccato, perchè Per Te, hit e mode a parte, è un buon disco, che potrebbe far ravvedere coloro che (come il sottoscritto) avevano liquidato la Grè quale ennesima filiazione di un fenomeno (anche commerciale) che faceva sbadigliare al solo pensiero: cantanti? jazz? donne? E chi li vuole i dischi senz’anima di Diana Krall e compagnia quando abbiamo quintali di disperate registrazioni di Ella Fitzgerald?

Ma Per Te, pur rimanendo negli standard di quel pop jazzato buono sia per commuoversi un po’ sia per rimpolpare i brusii dell’ultimo happy hour in terrazza, un’anima la cerca. E spesso la trova: dolce, fanciullesca, incantata, che rinuncia ai virtuosismi d’ugola e canta quasi sempre a fil di voce, scegliendo arrangiamenti meno pieni che in passato e giocati su raffinati incastri di chitarre acustiche, pianoforte, fiati e pochi archi. Non c’è nessuna “Io cammino…” in questo disco, ma una manciata di brani/dichiarazioni d’amore ricercati soprattutto nelle tonalità espressive (Angel my love), che scelgono di rischiare la didascalia fiabesca ma rasentano il capolavoro (Venere) e sanno soprattutto quando è il momento di dosare con lo zucchero e l’amaro, mettendone solo quanto è necessario. Quanto t’ho amato di Benigni viene privata di tutto il corredo di archi melodrammatici della versione originale e resa seminuda e affettuosa; Give me more time, lunare e misticheggiante nel suo tappeto di tastiera che si libera nel finale insieme alla voce, cerca un modo diverso di essere pop senza ricorrere ai mood orchestrali in Mina style; Forte respiro e Armonafrica televisiva cincischiano gioiosamente con samba e percussioni allargando seppur di poco lo spettro sonoro e allontanando la noia.
Le altre cover presenti, sia le due cinematografiche (Smile da “Tempi moderni” di Chaplin e Moon River da “Collazione da Tiffany”) sia lo standard We have all time in the world, risultano alla fine un po’ superflue e ci si chiede se un disco con meno tracce, quindi più compatto, non avrebbe giovato maggiormente alle canzoni da bimba di Amalia Grè. Brani sognatori da cantare indossando un vestito bianco.

Voto: 6.7
Brani migliori: Venere.

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Written by Luca

21/01/2008 at 21:39

Eva contro Eva – Carmen Consoli (Universal, 2006)

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Aveva decisamente bisogno di una rinfrescata la musica di Carmen Consoli dopo gli esiti piuttosto macchinosi – ma non del tutto deludenti – de “L’eccezione”. Eva contro Eva, che esce a tre anni da quel disco e probabilmente confermerà la consacrazione al grande pubblico della sua autrice, risolve la dicotomia veloce ed elettrico o lento e acustico che ha contrassegnato le ultime cose della Cantantessa in favore della seconda opzione, proponendo dieci bozzetti dal taglio nettamente narrativo e cantautorale e dai toni spuntati ma mai leggeri.
Via le chitarre elettriche, e spazio ad arrangiamenti che definire semplicemente acustici sarebbe riduttivo dato il gran lavoro di vestizione dei brani che la Consoli e il suo gruppo hanno compiuto. Mandolini, bouzouki, banjo e fiati (questi ultimi due quasi onnipresenti) e poi ancora santur, duduk, harmonium, sitar, arpe celtiche e molto altro sono infatti gli ingredienti usati per una commistione etno-pop, quasi world, che usa la geografia a suo piacimento ma con gusto, e che riesce nell’intento di distogliere i brani da un’estetica che si era fatta fin troppo prevedibile.

Carmen Consoli è cresciuta e con essa le sue canzoni, meno immediate che un tempo e più disposte a lasciarsi decantare (Tutto su Eva). La scrittura è come sempre ricercata ma molto più scorrevole; il cantato maggiormente composto e forse capace di farsi apprezzare anche da chi, a pelle, non ha mai sopportato i suoi “lamenti”. Maria Catena e La dolce attesa sanno di folk siciliano e ultimo De Andrè, Il pendio dell’abbandono (scritta con Goran Bregovic) mischia in modo straniante fisarmoniche mitteleuropee e archi arabeggianti, mentre Madre Terra (Angelique Kidjo alla voce) cade in quel facile tranello di essere – già dal titolo – retoricamente etnica. Preghiera in gola – cello, arpa, chitarra, rhodes e testo che lascia il segno – è invece la punta di diamante di un disco che purtroppo non riesce a mantenere lungo tutti e dieci i suoi episodi un livello altrettanto alto e si ritrova alla fine – vedasi  Piccolo Cesare e Signor Tentenna – con un leggero debito tra reale sforzo di rinnovamento e lascito emozionale.
Tuttavia sembra che Carmen Consoli abbia trovato una nuova soluzione al suo modo di fare canzoni. Ed è sicuramente una soluzione molto buona.

Voto: 7.3
Brani migliori: Maria Catena.

Written by Luca

21/01/2008 at 12:40