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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for gennaio 20th, 2008

Habemus Capa – Caparezza (Virgin, 2006)

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Arrivato al terzo capitolo dei suoi sardonici annales, viene da chiedersi se Caparezza non sia in definitiva un esorcismo di sé stesso. O meglio: se le sue canzoni-invettive giustamente impietose contro tutto e tutti non siano, più che un tentativo di convincere e denunciare, l’esorcismo di una parte di sé stesso, che è poi anche una parte di tutti noi: quella tollerante, che non si arrabbia ma se la prende comoda, risultando alla fine poco «interessante», come recita il contagioso ritornello del primo singolo La mia parte intollerante.
I diciannove brani di”Habemus Capa, così concentrati e artigianali nella fattura (comunque saldamente popular) ma così folli nei risultati, non sono semplici canzoni. Sono autentici riti sciamanici volti a tenere distante il disimpegno e la spensieratezza del loro autore e la nostra grazie ad una sorta di trance verbale continua, che fagocita tutto il fagocitabile e di esso si alimenta senza ritegno, quasi cannibalescamente (i “sacri” Tenco e Battiato vengono letterariamente ribaltati in Sono troppo stitico). Lo scopo alla fine è uno solo: l’essere contro, spinti dall’indignazione e dal desiderio di vendetta che, seppur consumata solo nel minutaggio di un disco, sempre vendetta rimane.

Possiamo allora dire tutto il male possibile sulla musica di Michele Salvemini, ma non che il suo personaggio guardato per un momento da questo punto di vista – e al di là della sua fortuna commerciale – non abbia un qualcosa di affascinante e (populisticamente?) catartico. Ed è pure inutile che lo neghiamo: lo stesso “personaggio affascinante” è pure bravo, e ciò che vuole fare – che in fondo è quello che vogliono fare tutti: cioè comunicare – lo sa fare benissimo. “Habemus Capa” nei suoi pastiche sonori e verbali, nella sua furba coniugazione tra rap pazzoide e ritornelli hard-rock a volte al limite del nu-metal (Dalla parte del Toro) non sbaglia un colpo. E’ un po’ troppo lungo, è vero, ma è talmente pieno di trovate gustose curate nei minimi particolari e canzoni tanto belle quanto divertenti (due su tutte: Gli insetti del podere e Inno Verdano) che è davvero difficile stancarsene.

Quello che però conta – ed è quello che fa di Caparezza uno da non perdersi assolutamente – è che se c’è una musica oggi in Italia davvero incazzata, che non vuole sentire ragioni, che in una parola è intollerante a tutte le lordure che infestano questa sottospecie di Paese, questa è senza dubbio la sua. Impietosa e vendicativa, l’abbiamo già detto, ma anche malefica di quel maleficio che è genio (Ninna Nanna di Mazzarò), e capace di inoltrarsi nello slogan senza essere sloganistica e nella generalizzazione senza mai risultare troppo di grana grossa.
Potremmo stare qui a spendere ancora righe su righe nel raccontarvi il talento compositivo di quest’uomo che se il genio di Frank Zappa non lo sfiorerà mai almeno a quello degli Elio fa certamente il pelo (e forse in futuro qualcosa di più). Ma preferiamo dirvi che a noi Caparezza ci piace perché semplicemente ha ragione. Ha ragione ad aggredire ciò che vede con così tanta cinica misantropia, ha ragione ad essere incazzato, ha ragione ad esserlo così mostruosamente.
Insomma noi Habemus Capa, e che sia dentro o fuori da tunnel, per fortuna, ce lo tenemus.

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Written by Luca

20/01/2008 at 18:04

Il Cannone – Quintorigo (Venus, 2006)

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Diciamolo subito: se c’è una cosa che i rimanenti Quintorigo non dovevano fare dopo l’abbandono del gruppo da parte di John De Leo era pensare di sostituirlo semplicemente innestando una nuova voce su un repertorio, e soprattutto su uno stile, consolidati e mantenuti quasi del tutto intatti. E’ vero che la nuova cantante del gruppo, la pur brava ed esperta Luisa Cottifogli, ha dato il suo contributo nella realizzazione de Il Cannone – le riletture per sola voce dello spiritual Soon I will be done e del tradizionale arabo Ranni Li sono farina del suo sacco – ma, dispiace dirlo, i Quintorigo di oggi non sono quei Quintorigo. E, ancora peggio, non sono nemmeno qualcosa di nuovo, forte di uno scarto rispetto al passato che ne sottolinei il cambiamento e, addirittura, l’evoluzione.

“Il Cannone” fa l’effetto di una vecchia giacca sdrucita che non possiamo più veramente indossare, di un dejavù con una grossa ed evidente imprecisione al suo interno. I Quintorigo provano ad essere i soliti, col loro sound d’archi e fiati che tutto ingloba e amalgama – qui si va dal reggae di una Redemption Song abbastanza felicemente riproposta agli omaggi a Charles Mingus di Goodbye Pork Pie Hat e agli Area di Luglio Agosto Settembre (Nero): più che una cover un esame del dna… – ma vengono attraversati dall’imbarazzo di una mancanza che si rivela inevitabilmente essenziale, tanto più quanto come in Frankestein o Lacrime la vicinanza con le prime produzioni del gruppo è fin troppo evidente.

Vittima del corto circuito di sé stesso ancora-uguale-ma-non-più – che si fa impietoso quando è la volta di riproporre, con istinto diremmo quasi suicida, Grigio – e in verità neanche aiutato dalla poca ispirazione degli inediti in certi casi non privi di un po’ di retorica (si veda la title-track e la versione in italiano di Invisibile Sun dei Police) ed ineleganza (Nel clone del padre è un pasticcio hard-rock con basso, batteria e chitarra tutto da dimenticare), “Il Cannone” è lo scacco (definitivo?) di uno dei più interessanti progetti italiani degli ultimi anni e la conferma che nei momenti di crisi quello che conta è riflettere, riflettere e riflettere ancora. Per evitare che errori grossi come questo trancino tutto: ispirazione, personalità e soprattutto identità. Peccato davvero.

Voto: 5.3
Brani migliori: Redemption Song.

Written by Luca

20/01/2008 at 09:14