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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for gennaio 13th, 2008

Tornare nella Terra – Bachi da Pietra (Wallace Records, 2005)

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Quali radici si afferrano, quali rami crescono
su queste rovine di pietra?
[…]
E l’albero morto non dà riparo
e il canto del grillo non dà ristoro
e l’arida pietra non dà suono d’acqua.
(Thomas S. Eliot)

Dalla vita morte, dalla morte vita. E dentro la terra. Vita e morte nella terra.
La terra che non battezza ma genera terribilmente, abitandosi d’insetti e residui di rami; nutrendosi di carcasse e disseccamenti. “Voglio uccidere ed essere ucciso / voglio combattere ed essermi nemico“: origine e sepoltura, da vita morte da morte vita: non solo primo inizio e ultima fine ma trasformazione di uomo in un altro sé stesso: “scorrere: una foce ad estuario / di tempo in tempo / di questo in altro“.

Come per inerzia crepi così per inerzia vai / e tutto ricomincia anche se non sai dove porta“.
La terra che non è suolo, che non è direzione, che non è fango di materna accoglienza: la terra secca che riecheggia il battito primordiale del cuore/tamburo, fine dopo inizio, inizio dopo fine, in “giorni assurdi a bersi il cervello vomitare nello specchio“; la terra blues maledetto e primordiale che scava, denuda, peggiora: “il mio amico gionniuolcher l’ho ridotto male / lui ha ridotto abbastanza male me“.

Voglia di contatto / qualche cosa di vivo“.
La terra che non sta in cielo, che non vola, che non è uccello ma “si rivela un verme / come ogni cosa al mondo viva“: l’humus, l’uomo. Un essere di vita-morte-vita senza suolo che “chiede devozione in nome di niente” perché sta nel Niente. Ma è “alto nel sentire“, prega e ricerca: “risalirai mai a dirmi di non avere paura / soffierai mai qualche cosa di vero“.

Aprimi e accoglimi / donna senza nome / dammi la tua voce / che io possa bere l’insensatezza dell’esistenza dalle tue labbra“.
Allora la terra è tutto: tragicamente, oscenamente tutto. Bisogna tornarvi, ri-prendere coraggiosamente coscienza, “perché dire / può essere solo come / tornare nella terra“, e scovare la buia luce di un’unica verità: la vita trascorre, cambia senza rispondere, infetta gli uomini: “tu non capisci e sorridi e pensi che io sia malato / io sono malato“. E rilascia inebrianti speranze fatte della sua stessa terra: “sarà dolce cantare vecchie canzoni e non seguirne il senso / solo di una“.

I dieci blues arcaici di “Tornare Nella Terra” dei Bachi da Pietra raccontano tutto questo. Senza scampo, diretti alla gola e alle viscere; con parole fruscianti in bocca, una batteria monca, una chitarra e poco altro. Vi metteranno a ferro e fuoco.

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Written by Luca

13/01/2008 at 18:07

To the Antipole – nOOrda (Desvelos/Audioglobe, 2004)

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Fare una musica che isoli chi la ascolta e si opponga ai rumori metropolitani pur non essendo lontana da quelle atmosfere. Potrebbero avere pensato a questo Cesare Malfatti (La Crus) e il contrabbassista Gionata Bettini nel gettare le basi al secondo disco del progetto nOOrda. Quella di To the antipole non è certamente musica ambient, piuttosto è musica ambientalista, che vuole proteggere i momenti di riflessione dell’individuo e il suo ambiente interiore.
La potremmo definire “colonna sonora del pensare”, specificando che si tratta comunque di canzoni tra trip-hop e indie-rock (Endless summer) – chitarre elettriche in bella mostra sorrette da beats bristolianianamente notturni. Per il resto sono poche altre le influenze: qualche piacevole raffinatezza elettronica di scuola Matmos (Nobody 1) e qualche velo psichedelico (la bella Shoreditch). Tanti invece gli ospiti, che firmano insieme al duo i brani a cui partecipano: Alessandro Raina dei Giardini di Mirò canta The carnation ed altre quattro canzoni, incrementando con la sua voce la componente indie dell’intero album; Imma Costanzo dei Soul Mio e l’americana Jennifer Jackson – voci classiche rispetto alle sonorità sui cui si muove To the antipole – si spartiscono due canzoni a testa (tra cui l’eterea A different road).
L’intento alla fine è raggiunto con classe (in particolare nelle scelte sonore) e la potenza evocativa dei nOOrda è notevole. Se confrontiamo però il disco con la scena indietronica extraconfini, non si può certo parlare di novità.

Voto: 6.8
Brani migliori: Shoreditch.

Written by Luca

13/01/2008 at 12:11

Stari Most – Stefano Saletti & Piccola Banda Ikona (Cni Music, 2005)

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Stari Most era il nome del ponte che collegava la parte est e la parte ovest di Mostar fino al 1993, quando una granata lo distrusse lasciando il fiume Neretva a scorrere solitario e a sancire definitivamente la frattura della Jugoslavia e dei suoi tre monoteismi che con fatica a Sarajevo – la Gerusalemme d’Europa – avevano convissuto fino a quel momento.
Stari Most è anche il titolo del primo disco della Piccola Banda Ikona, ensemble costituito da Stefano Saletti con alcuni dei nomi migliori della world italiana, che mira ad unire in musica quello che nella vita di tutti i giorni è tragicamente disunito: l’oriente e l’occidente entrambi affacciati sul Mediterraneo che sembrano non essere più capaci più di guardarsi negli occhi e dialogare.
Amalgamare in un solo nucleo tutte le sonorità provenienti dal Mare Nostrum è infatti l’intento di “Stari Most”, lo stesso che era alla base dell’inarrivabile Creuza de ma e di tanti produzioni world odierne, sempre in bilico tra una semplicistica (e difettosa) miscellanea di timbri e un più autentico coinvolgimento delle forme rintracciabili lungo le coste mediterranee (fu questo forse il maggiore insegnamento del capolavoro di De Andrè e Pagani: non fermarsi al semplice riutilizzo degli strumenti ma indagare i modi, musicali e non, e “sporcarli” coi propri).

Anche i brani della Banda incorrono a volte in questa debolezza. Le undici canzoni del disco brillano per eleganza e respiro lirico soprattutto dove l’accento popolare è più deciso e ricercato, nonostante ricorra anche qui quel binomio tra loop elettronici e strumenti etnici ormai saturo di utilizzi. E’ lodevole la scelta di allargare la “mediterraneità” dei brani anche ai testi – cantati in greco antico (con riadattamenti di testi di Saffo, Archiloco e Aristofane), ebraico, siciliano, arabo, francese e serbo-croato; ma ad essa purtroppo non sempre fa seguito una pari determinazione per quanto riguarda le strutture, in alcuni casi ridotte a prevedibili canzoni pop rivestite di sapori più esotici che etnici.  
La qualità e l’esperienza degli strumentisti coinvolti – a partire da Saletti, già fondatore dei Novalia e autore di colonne sonore per teatro, cinema e tv; o da Mario Rivera degli Agricantus, qui anche in veste di produttore – assicurano una rendita sempre sufficiente e talvolta davvero buona (Pleiades e Vasa Miskin). Ma “Stari Most” rimane comunque un lavoro prescindibile e per soli appassionati.

Voto: 6.0
Brani migliori: Vasa Miskin.

Written by Luca

13/01/2008 at 10:00