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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for gennaio 10th, 2008

Reveries – Paolo Conte (EastWest, 2003)

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Non possiamo dire che le raccolte antologiche non siano una buona manovra commerciale da parte delle case discografiche per racimolare un bel po’ di soldi spendendo poco a livello produttivo. Ma quando un’antologia ha la finezza musicale e l’estro di questa Reveries di Paolo Conte, l’affermazione di sopra decade, soggiogata dalla forza di uno dei più grandi talenti musicali che l’Italia abbia avuto negli ultimi cinquant’anni. Eppure Conte non è un autore molto frequentato dagli Italiani. Anche se canzoni come Azzurro (portata al trionfo da Celentano ma resa trepidante e godibilissima dallo stesso Conte nel live Tournèe del 1993) e Insieme a te non ci sto più (di recente morettiana ripresa) sono note a tutti, la popolarità conquistata in Italia da questo avvocato astigiano, e anche dal suo conterraneo ferroviere Gian Maria Testa, non è che una piccola cosa confrontata al successo trionfale attribuitogli fino ad oggi dal pubblico francese (le sue molteplici date all’Olympia di Parigi registrano un tutto esaurito anche sei mesi prima). E negli ultimi anni, con la pubblicazione nel 1998 di un Best of, è arrivata la consacrazione anche dall’esigentissimo pubblico americano. E proprio quest’ultima raccolta, disponibile anche nei nostri negozi, è rivolta agli ascoltatori d’oltreoceano: sedici pezzi (tra hit e canzoni particolarmente entusiasmanti per quel pubblico) quasi tutti risuonati e riarrangiati con la “big band” del recente e lungo tour (tre anni) portato in giro per il mondo dopo la pubblicazione, nel 2000, del bellissimo Razmataz.

La raccolta si apre con una sorta di inedito, la canzone che dà il titolo all’album, mai incisa in studio e  resa disponibile solo nel già citato Tournèe, qui proposta in una versione sorniona con al centro le delicata trame sonore del piano di Conte e del sax baritono di Massimo Pitzianti. Di seguito possiamo citare, tra le tante, Dancing, privata di quella leggera patina di suono anni ottanta che ne contrassegnava l’esecuzione originale (da Appunti di viaggio, 1982), a favore di un suono più dinamico, tutto percussioni-chitarra-fiati e Fuga all’inglese, che, forse meglio di tutti gli altri pezzi della raccolta, rappresenta le caratteristiche formali della scrittura di Conte, discreta e a tratti surreale (“il tempo passa anche sotto ai sofà, nemico numero uno degli aspirapolvere di tutta la città, è là che lui tiene la sua accademia, sotto lo sguardo vitreo dei bicchieri di Boemia.”) e, sotto l’aspetto tematico, per l’appunto direzionata da un impulso di fuga dalla modernità verso un mondo antico, quello gentile e appassionato dell’Italia del dopo guerra o quello artisticamente fervido della Parigi d’avanguardia degli anni venti. E proprio da queste realtà ormai perdute nasce l’uomo-macaco, goffamente innamorato di una donna sempre troppo inarrivabile e costretto a L’avance, traballante e sinuosa sul trombone di Rudy Migliardi: “voglio noccioline americane dalle tue mani vegetariane, forse fino a domani, ma tu mi vuoi?”; oppure gli amanti, quelli nascosti nei motel e in fuga dai rispettivi matrimoni, “scaraventati dall’amore in una stanza, mentre tutti intorno è pioggia, pioggia, pioggia e Francia…” (Parigi).
Chiudono la raccolta due delle più belle canzoni scritte da Conte: Diavolo rosso e Come mi vuoi?. La prima qui è ancora più travolgente, estasiante, spinta dalla forza aerea dei fiati (l’assolo centrale di Claudio Chiara vale l’intero disco), e dalla ritmica inarrestabile della chitarra di Daniele Dell’Olmo e dagli sprazzi percussivi di Daniele Di Gregorio, mentre il cantato di Conte si fa ancora più sospeso e imprevedibile. La seconda, con l’aggiunta di un quartetto d’archi, diviene più dolce e sensuale. E proprio in questo ultimo pezzo l’avvocato canta alcuni versi che, estrapolati, sembrano quasi un invito e una sintesi efficace della bellezza di questo lavoro: “metti forte che riempia la stanza d’incantesimi, spari e petardi”.

Voto: 8.6
Brani migliori: Reveries, L’avance, Diavolo Rosso.

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Written by Luca

10/01/2008 at 11:50

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Preferiremmo non dover parlare di un disco come questo, o doverne parlare come se esso fosse un puro racconto di una storia di coraggio e libertà. Non è un caso invece che l’ultimo progetto musical-teatrale degli Yo Yo Mundi si intitoli esplicitamente “Resistenza“, dichiarazione d’intenti e di memoria nei confronti di un periodo del nostro passato oggi volontariamente distorto, e purtroppo incapace di consegnare alle nuove generazioni qualcosa di giusto e definitivo. Non è solo racconto, quindi, quello che mettono in scena gli Yo Yo Mundi. Non lo può essere. E’ necessariamente memoria: memoria e storia; memoria dopo la storia. Gli Yo Yo Mundi ci ricordano che memoria e storia non sono la stessa cosa. Perché la storia, se lo vogliamo, può essere condivisa (fatti, numeri, testimonianze, non ideologie o morali: fascisti e partigiani combatterono la stessa guerra) ma la memoria non può. La memoria riflette sulla storia, la giudica, e spariglia schiavisti e ribelli, buoni e malintenzionati.

La vicenda della Banda Tom, tredici ragazzi del Monferrato adolescenti o poco più che vennero trucidati e vilipesi in morte il 15 gennaio del 1945, è una delle tante piccole e mitiche vicende di eroismo improvviso che accompagnano ancora oggi i ricordi di tanti anziani del nostro paese. E proprio dai ricordi di chi c’era – grazie al lavoro di raccolta di Fabrizio Meni – insieme alle parole di Levi, Fenoglio (Ma l’amore si fa ripensare, stupendo estratto dagli “Appunti partigiani”) e del collettivo Wu Ming, gli Yo Yo Mundi ripercorrono le vicende  della banda e di altri ribelli della zona, tra episodi quasi comici (Lo schiaffo ad Almirante) e la fine disperata delle loro gioventù (Tredici, Lamento per la morte di Aureliano). Ad unire la narrazione un repertorio di canzoni recenti legate alla Resistenza come Eurialo e Niso, Le storie di ieri, Stalingrado, il tradizionale The Partisan (già ripreso da Leonard Cohen e qui riproposto con un mood quasi alla Nick Cave), la bellissima Brigata Partigiana Alphaville di Lalli, e un pugno di nuove canzoni degli stessi Yo Yo (tra cui Non c’è nessun dopoguerra, già presente nel precedente “54”); oltre ovviamente all’immancabile Bella ciao – qui proposta in una versione solenne e priva di celebrazioni – che anticipa il finale di Viva l’Italia di De Gregori, cantata dal gruppo con i numerosi ospiti partecipanti al progetto (tra cui Gang, Paolo Bonfanti, Giuseppe Cederna e Fabrizio Pagella).

“Resistenza” è formato da un disco e da un dvd (lo si dovrebbe trovare nei negozi a non più di quindici euro). Nel disco sono inseriti tutte le canzoni e qualche momento narrativo; mentre il dvd con un taglio quasi documentaristico ma molto familiare presenta alcuni frammenti dello spettacolo e interviste ai protagonisti che spiegano la genesi e i motivi del progetto, oltre ad una serie di intensi colloqui coi diretti testimoni, ormai anziani ma disposti a non desistere e ricordare, nonostante il tempo passato e le sofferenze ancora troppo vive.

Voto: 6.5
Brani migliori: Tredici. 

Written by Luca

10/01/2008 at 10:48