Songwriters

recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Nuove Strade – Paolo Agosta (Massive Records/Sony, 2005)

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Forse è il caso di dirlo una volta per tutte, sperando che se dall’altra parte c’è qualcuno in procinto di avventurarsi nel (magico?) mondo della discografia, quel qualcuno si fermi per un momento a riflettere: non basta – non è mai bastato – esprimere sé stessi per scrivere una bella canzone.
La presenza della propria anima in quello che si fa – anche al massimo grado di nudità, di onestà sentimentale ed espressiva – non giustifica assolutamente l’esistenza di una canzone e ancor meno la sua validità artistica. Non parliamo poi della possibilità di prendere tempo e soldi a chi ascolta.
Se bastasse raccontare sé stessi limpidamente per avere il “diritto” di scrivere canzoni, tutti potrebbero farlo (ovviamente dopo aver appreso quelle tre quattro regoline utili a produrre un qualcosa che stia in piedi almeno decentemente).
Invece non è così: ci vogliono idee. Non necessariamente originali (l’originalità nella musica leggera è forse un capitolo chiuso, o aperto a pochissimi) ma almeno personali, che aiutino chi ascolta ad individuare la persona che c’è dietro di esse e che tentino soprattutto di svelare un qualche aspetto della realtà fino a quel momento oscuro. Le canzoni insomma devono illuminare, devono saper mettere in crisi. Nel senso di cambiare, anche impercettibilmente, la vita.
Non è tanto una questione di cosa dire, di originalità in ciò che si racconta, o addirittura di «impegno» come si diceva negli anni settanta. E’ soprattutto un problema di come dire. Tutti nella vita hanno gioie e sfortune da raccontare, ma non tutti hanno la possibilità di trasformare quel frammento della loro esistenza in un nuovo, emozionante frammento dell’esistenza degli altri. Chi non ha questo potere deve rendersene conto. Affinché il suo lavoro non risulti inutile, ridondante, insensato. Buono solo per il tam tam commerciale dei media. Che però è un’altra storia, non ha nulla a che fare con la vera espressione, in una sola parola con l’arte.

E’ una riflessione radicale la mia. A qualcuno potrà ragionevolmente apparire anche banale e retorica. Ma è un discorso necessario, e purtroppo poco praticato, se tiriamo le somme dell’immane quantità di dischi che solo in Italia escono settimana dopo settimana la cui sparizione è pressoché immediata. Ed è vero che la colpa di ciò è di un music-business sempre più ingiusto, delle major cieche, della poca curiosità e del provincialismo esterofilo degli italiani (che a volte tutti insieme puniscono chi meriterebbe invece più fortuna). Ma la colpa spesso è anche di chi i dischi li fa, cioè i musicisti, i presunti artisti.

Paolo Agosta di tutto ciò che ho detto è l’emblema. Il rappresentante perfetto di una schiera numerosissima di cantanti i cui dischi sono preparati a puntino, arrangiati perfettamente, magari anche dotati come Nuove strade di qualche spunto melodico gradevole. E capaci di far tirare fuori a qualche recensore magnanino riferimenti importanti con cui sciacquarsi la bocca e colmare – ma solo a parole – una distanza di spessore pressoché illimitata (perché anche qui sta il problema: c’è troppa bontà in giro. La critica musicale non dovrebbe essere la Caritas. Né una rete di favoritismi clientelari.).
In questo caso la formula magica sarebbe “Radiohead prima di Ok Computer più Buckley figlio più una spruzzatina di Subsonica”. Ma il sottoscritto non se la sente di innescare il solito sistema di accostamento e analisi dei brani, valido quando ciò di cui si sta parlando prova consapevolmente ad essere arte, ma inutile di fronte ad un prevedibilissimo pop-rock melodico dai testi inconsistenti, tutto chitarre e canto strascicato, che già con Daniele Groff ci aveva quasi spinto ad odiare il brit dei primi anni novanta e relativi derivanti.
Per giudicare “Nuove strade” basta rispondere alla domanda che ogni amante della musica dovrebbe porsi di fronte a un disco: «Cosa è cambiato in me dopo l’ascolto?». La risposta è: «Niente». E come giudizio questa risposta basta e avanza. Perché questa risposta, alla fine di tutto, è fondamentale.

Voto: 3.8

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Written by Luca

08/01/2008 a 10:29

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