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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for gennaio 8th, 2008

Pezzi – Francesco De Gregori (Sony, 2005)

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Ad ascoltarlo da solo, come primo singolo o prima canzone di Pezzi, Vai in Africa, Celestino non promette nulla di buono: il solito pezzo alla De Gregori, con un testo tutto sommato banalotto, buono solo per i ridicoli virgolettati di certi quotidiani insanabilmente affetti da mollichismo. Ma poi Celestino passa e per nostra fortuna va in Africa, ed è allora che il nuovo disco di Francesco De Gregori sembra davvero cominciare. Un disco che, è bene precisarlo, in quanto ad essere degregoriano lo è tutto – piacendo quindi ai fans e continuando a dispiacere ai detrattori – ma che sa pure farsi ascoltare, chiamandosi fuori da quella crisi (irreversibile?) che la maggior parte dei nostri cantautori tradizionali sembra attraversare.
Tra rock melodico e country puro, politica e riflessione sul passato, le canzoni di Pezzi regalano senza tirchierie parecchi spunti da ricordare: La testa nel secchio – testo diretto e melodia efficace: un brano che potrebbe rimanere a lungo in repertorio; Gambadilegno a Parigi – che rievoca in quanto ad atmosfera Volume 8 con Fabrizio De Andrè; Tempo reale e la commuovente ninna nanna di Le lacrime di Nemo – L’esplosione – La fine.

Inoltre se è vero che Pezzi in quanto a sonorità è il disco più dylaniano di De Gregori – e quindi più vicino alle sonorità rockettare che dal vivo lui e la sua band propongono da alcuni anni – è anche vero che le canzoni non sono dylaniate allo stesso modo come sul palco, dove le parole si perdono tra fiumi di chitarre e un improbabile mandolino elettrico (che ritorna, ostinatamente pure qui). In Pezzi insomma sembra essere raggiunto quell’equilibrio tra la voglia-di-rock di De Gregori e l’accessibilità al testo da parte di chi ascolta, equilibrio che potrebbe essere un futuro punto di forza in studio e una possibile soluzione contro gli eccessi del live – eccessi che possono piacere a chi di De Gregori è innamorato perso, ma che danno a tratti davvero fastidio a chi va ad un concerto per sentire (per bene) le canzoni.
Intanto quello di Pezzi è un De Gregori sicuramente non nuovo ma abbastanza in forma. Per come ci ha abituato il ritmo delle sue uscite (un disco in studio, un disco dal vivo), ora non ci resta che attendere l’ennesimo live.

Voto: 6.7
Brani migliori: La testa nel secchio.

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Written by Luca

08/01/2008 at 17:41

Oggi che il qualunquismo è un’arte mi metto da parte e vivo le cose a modo mio ep – Luca Bassanese (X-Land, 2005)

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Facendosi accompagnare dai fiati degli Ska-J e da quelli della Kocani Orchestra il cantautore Luca Bassanese arriva alla sua prima pubblicazione con un ep di quattro brani, che mette in luce una scrittura testuale già abbastanza equilibrata ma povera di spunti personali. A migliorare il tutto però ci sono gli arrangiamenti, che nei due pezzi principe del dischetto (Confini e Il 20 luglio 2001) supportano le parole con i giusti ritmi e le giuste atmosfere.
Confini (premio Recanati 2004 per la miglior musica) è il più classico invito a considerare le diversità non come un difetto ma come un pregio e trova una sua ragione d’esistere soprattutto nell’impianto melodico semplice ma molto coinvolgente, a cui i fiati degli Ska-J danno la giusta modulazione danzereccia; Il 20 luglio 2001 è un atto d’accusa verso i colpevoli e gli sciacalli dello stillicidio genovese durante il G8 che, oltre a far presagire una vaga reminescenza deandreiana (da Domenica delle salme, per intenderci), rintraccia nelle arie solenni della Kocani Orchestra la più efficace delle drammatizzazioni.
Aprono e chiudono il lavoro l’incipit-dichiarativo di A sé – che riprende e spiega il titolo dell’ep – e una prescindibile versione in spagnolo di Confini, reintitolata Fronteras, sigillando l’esordio di un autore che ha ancora bisogno di trovare una propria, personale, cifra espressiva.

Written by Luca

08/01/2008 at 10:38

Nuove Strade – Paolo Agosta (Massive Records/Sony, 2005)

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Forse è il caso di dirlo una volta per tutte, sperando che se dall’altra parte c’è qualcuno in procinto di avventurarsi nel (magico?) mondo della discografia, quel qualcuno si fermi per un momento a riflettere: non basta – non è mai bastato – esprimere sé stessi per scrivere una bella canzone.
La presenza della propria anima in quello che si fa – anche al massimo grado di nudità, di onestà sentimentale ed espressiva – non giustifica assolutamente l’esistenza di una canzone e ancor meno la sua validità artistica. Non parliamo poi della possibilità di prendere tempo e soldi a chi ascolta.
Se bastasse raccontare sé stessi limpidamente per avere il “diritto” di scrivere canzoni, tutti potrebbero farlo (ovviamente dopo aver appreso quelle tre quattro regoline utili a produrre un qualcosa che stia in piedi almeno decentemente).
Invece non è così: ci vogliono idee. Non necessariamente originali (l’originalità nella musica leggera è forse un capitolo chiuso, o aperto a pochissimi) ma almeno personali, che aiutino chi ascolta ad individuare la persona che c’è dietro di esse e che tentino soprattutto di svelare un qualche aspetto della realtà fino a quel momento oscuro. Le canzoni insomma devono illuminare, devono saper mettere in crisi. Nel senso di cambiare, anche impercettibilmente, la vita.
Non è tanto una questione di cosa dire, di originalità in ciò che si racconta, o addirittura di «impegno» come si diceva negli anni settanta. E’ soprattutto un problema di come dire. Tutti nella vita hanno gioie e sfortune da raccontare, ma non tutti hanno la possibilità di trasformare quel frammento della loro esistenza in un nuovo, emozionante frammento dell’esistenza degli altri. Chi non ha questo potere deve rendersene conto. Affinché il suo lavoro non risulti inutile, ridondante, insensato. Buono solo per il tam tam commerciale dei media. Che però è un’altra storia, non ha nulla a che fare con la vera espressione, in una sola parola con l’arte.

E’ una riflessione radicale la mia. A qualcuno potrà ragionevolmente apparire anche banale e retorica. Ma è un discorso necessario, e purtroppo poco praticato, se tiriamo le somme dell’immane quantità di dischi che solo in Italia escono settimana dopo settimana la cui sparizione è pressoché immediata. Ed è vero che la colpa di ciò è di un music-business sempre più ingiusto, delle major cieche, della poca curiosità e del provincialismo esterofilo degli italiani (che a volte tutti insieme puniscono chi meriterebbe invece più fortuna). Ma la colpa spesso è anche di chi i dischi li fa, cioè i musicisti, i presunti artisti.

Paolo Agosta di tutto ciò che ho detto è l’emblema. Il rappresentante perfetto di una schiera numerosissima di cantanti i cui dischi sono preparati a puntino, arrangiati perfettamente, magari anche dotati come Nuove strade di qualche spunto melodico gradevole. E capaci di far tirare fuori a qualche recensore magnanino riferimenti importanti con cui sciacquarsi la bocca e colmare – ma solo a parole – una distanza di spessore pressoché illimitata (perché anche qui sta il problema: c’è troppa bontà in giro. La critica musicale non dovrebbe essere la Caritas. Né una rete di favoritismi clientelari.).
In questo caso la formula magica sarebbe “Radiohead prima di Ok Computer più Buckley figlio più una spruzzatina di Subsonica”. Ma il sottoscritto non se la sente di innescare il solito sistema di accostamento e analisi dei brani, valido quando ciò di cui si sta parlando prova consapevolmente ad essere arte, ma inutile di fronte ad un prevedibilissimo pop-rock melodico dai testi inconsistenti, tutto chitarre e canto strascicato, che già con Daniele Groff ci aveva quasi spinto ad odiare il brit dei primi anni novanta e relativi derivanti.
Per giudicare “Nuove strade” basta rispondere alla domanda che ogni amante della musica dovrebbe porsi di fronte a un disco: «Cosa è cambiato in me dopo l’ascolto?». La risposta è: «Niente». E come giudizio questa risposta basta e avanza. Perché questa risposta, alla fine di tutto, è fondamentale.

Voto: 3.8

Written by Luca

08/01/2008 at 10:29

Non è abbastanza ancora – Bludinvidia (Start Records, 2005)

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E’ davvero arduo trovare qualcosa in Non è abbastanza ancora che non si rivolga anche lontanamente ai primi Afterhours “italiani”, quelli di “Germi” e “Hai Paura del Buio?”. Questo nonostante i Bludinvidia non siano proprio degli esordienti (sono attivi dal 1991 e questo è il loro terzo disco) e abbiano addirittura condiviso compilation e palchi con alcuni dei gruppi appartenenti alla scena indipendente dello scorso decennio.
Partendo dalla voce muscolare di Marco Ancona – anche inacidita da coretti alla “Male di miele”, come in Television man – passando per i robusti intarsi di psichedelìa chitarristica della title-track, fino ad alcuni recuperi di battistiana memoria (Baby sitter e la cover di Insieme a te sto bene proprio come l’avrebbero fatta gli After di allora), il gruppo pugliese non fa nulla per congedarsi dal proprio modello dominante e ne riceve come contropartita un disco ben suonato ma raramente convincente e, cosa ancora più importante, difettoso di spessore man mano che aumenta il numero degli ascolti.
Qua e là spuntano anche altri flebili riferimenti (i Negrita in Danneggiamento al sistema periferico o i Marlene Kuntz per Nell’aria, e si parla sempre di origini), ma il risultato in sostanza non cambia. E non bastano neppure una produzione “d’impatto” mirata a riportare su disco l’energia del live, né un drumming piuttosto corposo e protagonista di quasi tutti i pezzi (ovviamente insieme alla chitarra, in alcune parti a dire il vero fastidiosamente eccentrica): le canzoni dei Bludinvidia scivolano via così come la critica sociale dei loro testi, legittima ma poco urticante, e servono soprattutto a confermare che in qualche modo – forse non negli ascolti di tutti, ma sicuramente di tanti – il rock italiano cosiddetto alternativo ha attecchito ed è diventato un’eredità effettiva per gruppi che oggi sono più o meno emergenti.
Purtroppo però quando, come in questo caso, l’eredità è tanto marcata da stare al limite dello scimmiottamento, tutto diviene un’inesorabile pesantissimo handicap.

Voto: 4.8

Written by Luca

08/01/2008 at 08:23