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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for gennaio 6th, 2008

Neve [Ridens] – Marco Parente (Mescal, 2005)

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E’ molto preoccupato Marco Parente. Delle sorti del mondo, delle sue difficoltà e delle coscienze di chi lo abita, davanti alle quali con Neve [ridens] si apre e si spoglia stupendamente, raccontando a suo modo la parola amore.
Il successore di “Trasparente” è il primo capitolo di una “dialogia” in cui la parola ridens è cancellata. Rimane la neve, che è la lucidità, lo specchio (lo stesso che si trova all’interno del libretto del disco) ed inevitabilmente la riflessione. Una riflessione che come la neve è candida e quindi sincera. Una riflessione che va dritta all’amore, non inteso come sentimento unilaterale ma come socialità. Cioè l’interessamento a tutto ciò che è al di là di noi, l’appartenenza innamorata – oltre le ideologie – al genere umano.

Neve [ridens] è il più compresso (solo trentaquattro minuti) e il più complesso album di Parente. Nulla delle singole canzoni è veramente superfluo e tra loro i pezzi sono intensamente collegati da una fitta trama di immagini, parole ricorrenti e atmosfere comuni che ne rinvigoriscono la densità non tralasciando qualche difficoltà di comprensione durante l’ascolto.
Ma Neve [ridens] è anche il disco più rock del cantautore fiorentino, dove alla densità dei concetti non corrisponde una stessa densità musicale. Gli arrangiamenti sono quantomai essenziali, dimagriti da un lavoro di comune artigianato di Parente e la sua band. E se a prima vista il riferimento maggiore sembra essere “Testa, dì cuore”, non mancano in realtà ricordi dei passaggi più scheletrici di “Trasparente”, disco molto meno sovrastrutturato del predecessore dal quale “Neve [ridens]” non riprende però la diffusa eterogeneità, risultando nell’insieme una raccolta di canzoni meno pop delle precedenti ma sicuramente più centrate.

Il passo è spesso nervosamente radioheadiano, il gettito d’animo di Parente come sempre inarrestabile e pensieroso. Wake up è la sua “Everything in its right place”, l’incipit perfetto e dichiarante, l’avvertimento alle coscienze sopite, l’invito («sveglia ti stanno rubando una macchina») ad una nuova attenzione verso il mondo che è «inferno».
Amore o governo è il dubbio ficcante di un Potere sempre più disinnamorato dell’uomo, tra ritmiche meccaniche (la batteria di custodie di Enzo Cimino) e ridde nevrotiche nel ritornello; Il posto delle fragole dietro la citazione bergmaniana nasconde allegorie da incubo e un piglio che col tempo restituisce al brano quella dignità da grande singolo che ad un primo ascolto sembrava non avere.
Un tempio, con le sue bolle sonore che esplodono soffuse e quello spirito di liberatoria meraviglia che la attraversa (la vittoria viscerale dell’ «esistere» sul «resistere») si candida ad essere una delle canzoni d’amore più riuscite di Parente; Io aeroporto invece è cantautorato metallizzato e ipermoderno, che nel finale si apre ad un pauroso cabaret di «demoni» sferraglianti.
Ma si nascondono forse nel binomio finale di Colpo di specchio e Trilogia del Sorriso Animale: III sorriso le chiavi di lettura più dirette per comprendere “Neve [ridens]”: «seduto tra la gente aspetto che la gente mi trafigga con i suoi pensieri»; «sento che sto misurando il mare». Marco Parente è sceso in questo mondo/inferno per (rac)contare la grandezza del suo e del nostro amore. Lasciamolo cantare, lasciamolo contare. E soprattutto ascoltiamolo in silenzio e lasciamoci riflettere dalla sue neve. Perché in fondo «il resto è (solo) shopping nel deserto».

Voto: 8.4
Brani migliori: Wake up, Amore o governo, Un tempio.

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Written by Luca

06/01/2008 at 17:30

Live: Giorgio Canali & Rossofuoco – Casa 139 di Milano, 15/12/2004

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Gli spazi stretti della Casa 139 sembrano non potere frenare l’impressionante crepitio sonoro che Giorgio Canali e i Rossofuoco riescono a generare dal vivo. Giunti qui a Milano per un’altra data dopo quella di settembre per il Milano Film Festival, Canali e compagnia confermano come la complicità che si è creata tra solista e gruppo, che già era uno dei punti di forza dell’ultimo (splendido) album, sia ancora più determinante sul palco. L’impatto dei pezzi infatti non sarebbe lo stesso senza il notevole lavoro ritmico della batteria di Luca Martelli e le chitarre incisive di Marco Greco. Sono loro, insieme al basso di Claude Saut, a dimostrare come un assetto strumentale classico possa ancora fornire in fase di arrangiamento un numero considerevole di soluzioni musicali fantasiose e divertenti.
Giorgio Canali, poi, è sempre, eccezionalmente, lo stesso. Incazzato, inquieto e urlante, è un uomo che dimostra di vivere realmente ciò che canta; impressionano i suoi occhi indiavolati e il corpo agile, mai fermo, staffilato dalle convulsioni sonore degli strumenti. La concitazione del concerto non fa in modo che tutte le parole si capiscano perfettamente ma sull’intento comunicativo in sé prevale l’urgenza espressiva, che Canali riesce a trasmettere benissimo e che il pubblico apprezza e applaude. Lasciano il segno Questa è una canzone d’amore, No pasaran, Mostri sotto il letto (dove il pubblico non può che agitarsi e cantare), Questa è la fine. Precipito è leggermente più soffice come se chi la canta volesse goderne fino in fondo la bellezza e farla godere a chi ascolta. Peccato manchino Savonarola (una sorta di manifesto su chi è Giorgio Canali oggi) e Guantanamo. La chiusura però è tutta per l’immancabile 1.2.3.1000 Vietnam.
Durata totale poco più di un’ora. In questi casi si dice breve ma intenso. Aggiungiamoci pure sincero. E rock’n’roll. Magnificamente rock’n’roll.

Written by Luca

06/01/2008 at 12:20