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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for gennaio 4th, 2008

Classifiche 2007: quindici canzoni straniere

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01. Glossolalia – Vic Chesnutt
02. Wanderlast – Bjork
03. Samba Vexillographica – Devendra Banhart
04. Weird fisher / Arpeggi – Radiohead
05. Lament fo Alì Farka – Bassekou Kouyate & Ngoni Ba
06. Spiritual – Soulsavers & Mark Lanegan
07. Belarus – Low
08. Part one – Loren Connors
09. The cloud of Unknowing – James Blackshaw
10. Jealousy – Betty Lavette
11. Berlin – Hanne Hukkelberg
12. Magpie – Patrick Wolf & Marianne Faithfull
13. The last engineer – Piano Magic
14. Ocean Night Song – Laura Veirs
15. It calls me – Hazmat Mondine

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Written by Luca

04/01/2008 at 11:50

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Mamasan – Mamasan (Tomato/CNI, 2005)

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Dopo aver girovagato più o meno tutti i festival italiani dedicati alle realtà giovanili (con una finale all’I-Tim Tour 2003) i napoletani Mamasan sotto l’egida del produttore Mario Conte (già al fianco di Peppe Barra) approdano al loro primo omonimo disco e accade a loro quello che succede a tante nuove realtà musicali, soprattutto in ambito rock.
La questione è semplice: per scrivere il testo di una canzone bisogna avere qualcosa da dire. Non basta che ciò che si scrive sia personale, proprio, sincero. La sincerità di un testo non ne giustifica la presenza. Serve anche che le parole siano Belle, coinvolgenti, a loro modo poetiche. Altrimenti il testo si riduce ad un diarismo troppo intimo, sfacciatamente ermetico e tutto sommato arido, soprattutto per chi è al di fuori della dimensione personale dell’autore. Il testo – se è vero, e si vuole, che nel complesso di una canzone musica e parole abbiano pari dignità – deve prendersi la stessa fondamentale responsabilità che ha la musica: comunicare, emozionare. Se i componenti di un gruppo non sono in grado di farlo, cedano il passo o collaborino con qualcuno – un paroliere, uno scrittore – che con le parole ha più dimestichezza (qualcuno in Italia lo sta già facendo, ma non si tratta sicuramente di nuove leve: penso a Luca Ragagnin e i Subsonica o Marco Lodoli e i La Crus).

Tutto questo preambolo per spiegare il principale difetto dei Mamasan: i testi. Certamente non stupidi, ma innocui, secchi. Ed è un peccato perché la componente musicale del loro primo disco è buona, nonostante gli spunti originali siano davvero pochi. In bilico tra il rock americano del durante e dopo Seattle – con qualche vistoso eco stoner, ascendenze dagli U2 e una strizzatina d’occhio ai fasti chitarristici dei Muse – il sound della band si mantiene compatto per tutti i dieci pezzi dell’album, affidandosi sapientemente alla batteria di Marco Caligiuri e all’eclettismo sulle sei corde di Massimiliano Esposito. Al contrario la voce di Ruben Iardino, e con essa quello che canta, si perde nel sound prodotto dal resto del gruppo, risultando tanto enfatica quanto poco incisiva. Così l’esordio dei Mamasan appare stentato, quasi monco. Ma le credenziali per fare bene ci sono tutte – la forte derivazione dai nomi sopraccitati ci sta tutta in un primo passo discografico. Basta fare solo le scelte giuste, prendere coscienza dei propri limiti e porvi rimedio.

Voto: 5.0

Written by Luca

04/01/2008 at 09:26