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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Il Contastorie – Roberto Vecchioni (Universal, 2005)

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Essendo un buonissimo interprete, di quelli “alla francese” che giocano tutto sulle flessioni emozionali della voce e la mimica dei gesti, non siamo mai riusciti a capire perché Roberto Vecchioni ad un certo punto della propria carriera abbia lasciato in un angolo l’intimità d’oltralpe delle chitarre acustiche e di un certo cantautorato folk-rock americano tra Dylan e Neil Young per farsi letteralmente invadere da un indigestione di chitarre elettriche dall’assolo facile, tastieroni e batterie. Il più chansonnier dei nostri cantautori, alle prese con tutta quella schiacciante mercanzia, ci sembrava volesse imbalsamare di proposito le proprie parole, privandole di quelle doti interpretative che erano diventate sempre più vitali col passare degli anni, da quando cioè l’ispirazione si era fatta, da scostante, bassissima (basta citare gli ultimi due dischi in studio, a cui la produzione di Mauro Pagani ha potuto fare ben poco).

Con “Il Contastorie” il discorso sempre essere cambiato. Via la tracotanza del passato più recente e spazio alla nudità jazzata del pianoforte di Patrizio Fariselli e del contrabbasso di Paolino Dalla Porta (entrambi ex Area), che lasciano la voce libera di dare il giusto peso ai versi, forte di una teatralità calmierata dall’esperienza e divenuta definitivamente un’arma a favore. Le riletture proposte appaiono in un contesto simile ben calibrate e quasi tutte emozionanti, facendo di questo singolo disco dal vivo un lavoro sicuramente buono, e, di fatto, non la solita paccottiglia antologica con manciata di superflui inediti al seguito ma un vero e proprio progetto.
Parte del merito va anche alle scelte di scaletta, che in mezzo ad un repertorio come già detto scostante riescono a trovare alcuni degli episodi migliori di sempre, spalmati lungo tutto il tragitto temporale del suo autore ad eccezione del decennio ’80-90′. L’apertura con lo slancio melodico di Vincent, riadattamento in Italiano di un brano di Don McLean, è di quelle azzeccate quanto i ripescaggi di brani importanti come Parabola e Alighieri e di ben tre tracce (su quindici) da “El bandolero stanco“: Canto notturno (di un pastore errante dell’aria), da cui traspare un’ inedita vicinanza stilistica a Fossati, Celia de la Serna e La stazione di Zima. Inevitabili le presenze di Blumùn, Samarcanda e Luci a San Siro (che così scarnificata perde qualche grammo della sua patina retorica); “fortunate” quelle di E invece non finisce mai e La bellezza, unici due brani salvabili dai dischi prodotti da Pagani.

Rimane a Le lettere d’amore la palma di miglior brano del disco e forse dell’intera produzione vecchioniana, che non dà comunque segnali di ritrovata ispirazione. La prescindibilità dell’unico inedito presente (Stagione nel sole, riscrittura di “Le moribond” di Jacques Brel) ci fornisce infatti l’impressione di avere di fronte ancora una volta un autore che soccorre con tanto mestiere la mancanza pressoché totale di spunti nuovi e avvincenti. Per ora – ma speriamo non per sempre – accontentiamoci di questa bella parentesi acustica, augurandole come a tutte le cose migliori una durata il più possibile lunga.

Voto: 7.5
Brani migliori: La bellezza, Le lettere d’amore.

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Written by Luca

20/12/2007 a 10:34

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