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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Creuza de ma 2004 – Mauro Pagani (Officine Meccaniche, 2004)

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Si potrebbe insinuare che la riproposizione di un disco storico in una versione diversa e in parte inedita – operazione non nuova negli ultimi anni – è un buon modo per ovviare alla mancanza di ispirazione e, quindi, di canzoni nel cassetto. Affermarlo però per Mauro Pagani e per la sua rilettura di “Creuza de ma” sarebbe quantomeno ingeneroso, vista la sequela di progetti con  i quali l’infaticabile artista bresciano è costantemente alle prese (non ultimo un bel disco di poco precedente a questo: Domani, datato 2003, e la produzione dei lavori di Ranieri sulla tradizione napoletana). E Creuza de ma 2004 – un titolo migliore, diciamocelo, poteva essere trovato – pur non riuscendo nell’impossibile impresa di eguagliare il suo predecessore, si difende bene, dimostrando alla prova dell’ascolto che una rilettura come questa ha ragione di esistere.

Il taglio con cui Mauro Pagani ha voluto reincidere il disco che vent’anni fa scrisse con Fabrizio De Andrè è chiaro fin dal brano di apertura (Al Fajr), affidato alle lamentazioni della voce di Emil Zhrian: riconsegnare le canzoni proprio alle voci e alle atmosfere dei luoghi in cui l’album venne ambientato; fare, insomma, non più un disco da esplorazione in barca – mezzo con cui lo stesso Pagani andò pionieristicamente già prima dell’84 a cercare strumenti e studiare sonorità mediterranee – ma un disco in cui quelle voci di quei luoghi approdino direttamente alle canzoni. Un’operazione sicuramente interessante, ispirata anche da quella sana curiosità che già ai tempi accomunava il nostro a Fabrizio De Andrè – tanto che il successore di “Creuza de ma” avrebbe dovuto essere addirittura un album di canzoni ricalcate sulla tradizione mongolica – e che torna qui forte, pur incontrando la rilettura qualche inevitabile passo falso.

Nulla da dire sulla title-track, che viene riproposta in una versione rispettosa e tutto sommato simile all’originale; abbastanza deludente invece Jamin-a, che perde gran parte della sua carica sensuale a causa dell’arrangiamento troppo festoso e della voce inadatta di Pagani – voce al contrario perfetta per la travolgente Megu Megun. Rimangono buone anche Sinan’n Capuda’n Pascià (registrata dal vivo a Siena la scorsa estate), A pittima (Pagani al flauto) e A dumenega; risalta nel finale l’interpretazione che l’ex-Tazenda Andrea Parodi fornisce in Da me riva. Ma il vero capolavoro dell’album è Sidun, che eguaglia l’assolutezza dell’originale grazie all’intuizione di affidare il brano alle voci del già lodato Emil Zhrian e di Mouna Amari – con testo tradotto nello loro lingue (rispettivamente l’ebraico e l’arabo) e una parte in lingua originale riservata a Pagani. Ne risulta un canto ferito, dolorosissimo, che racconta intensamente i traumi di due popoli che solo in canzoni come questa sembrano riuscire a dialogare.

Discutibile, infine, la scelta di interrompere la scaletta originale con l’inedito (di spessore) Quantas Sabedes, canto galiziano del xiii secolo musicato da Pagani ai tempi della prima realizzazione di “Creuza de ma” che venne poi immotivatamente destinato alla colonna sonora di “Sogno di una notte di mezza estate” di Salvatores. L’altro inedito, Neutte (da un frammento di Alcmane tradotto in dialetto genovese), invece viene posizionato fortunatamente all’ultima traccia. Era rimasto incompiuto nei taccuini di Fabrizio De Andrè: è buona l’interpretazione di Pagani, ma avremmo tanto voluto sentirlo cantare dalla voce di Faber.

Voto: 6.7
Brani migliori: Sidun, Da me riva.

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Written by Luca

14/12/2007 a 08:52

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