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recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Bar Casablanca – Pippo Pollina (Storie di Note, 2005)

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Bar Casablanca doveva essere in origine un disco di pezzi inediti, registrato dal vivo in un’unica data. Le inevitabili stecche di un concerto non più replicabile hanno poi indotto Pippo Pollina a ripensare il suo progetto e a fare di Bar Casablanca un live in studio «con pochissimi interventi in successione». Sarebbe stato più facile per il cantautore siciliano aggiustare e sovraincidere il materiale già registrato invece che risuonare e cantare tutto, quindi viva l’onestà. Che il frutto di tale onestà sia anche un buon disco è un altro discorso, ed ora andiamo ad affrontarlo.
Ebbene: Bar Casablanca stenta parecchio. Conferma l’impressione che chi scrive ebbe all’ascolto del precedente album di Pollina, Racconti brevi (2003); un’impressione di fiacchezza in fase creativa stemperata solo dal supporto di un gruppo di musicisti di ottima qualità (Antonello Messina, piano e fisarmonica, Javier Girotto). Nulla a che vedere insomma con Versi per la libertà, album bello e impegnativo datato 2001 e ultimo capolavoro della carriera di Pollina, purtroppo non abbastanza considerato dalla critica.
Rispetto alle molteplici sfumature di Racconti brevi, Bar Casablanca si concentra di più su swing  e tango (La pioggia di Vancouver, Nostalgia del tango), concedendosi pure due escursioni nel combat-folk danzereccio di Sulutumana e Modena City Ramblers (Chiaramonte Gulfi, Semiseria proposta di matrimonio). Ciò che era la forza di Versi per la libertà e in generale del miglior Pollina – la  netta discendenza dal cantautorato più classico impregnata di notevoli slanci “poetici” – qui delinea solo brani troppo referenziali verso la tradizione ed estremamente ripetitivi nei temi e nei modi di affrontarli. Manca insomma il guizzo di penna, la fondamentale presenza di chi scrive nelle parole scritte; allora la chiave di volta dell’intero lavoro è ben rappresentata da Bossa in viaggio: una bossanova d’atmosfera Brasile & saudade che – manco a dirlo – parla  di nostalgia, e pecca di artificiosità.
Tirate le somme, si salvano l’egregia cover de La ballata della moda di Tenco e la riproposizione a cappella di Versi per la libertà, oltre che alcuni momenti strumentali di pregevole fattura (L’organetto di Montmartre).

Voto: 5.2
Brani migliori: Versi per la libertà.

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Written by Luca

11/12/2007 a 08:20

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