Songwriters

recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Amargura – Elena Ledda (Marocco Music, 2005)

with one comment

Parli di Elena Ledda e della sua musica e sei costretto ad usare parole che chi legge avrà sentito almeno un migliaio di volte: la musica di Elena Ledda è struggente, dolorosa, profonda. Che novità: musica o non musica, mainstream o no, tutto oggi è drammatico e struggente; tutto è straordinariamente sincero; tutto è incredibilmente profondo. E allora dire struggente-dolorosa-profonda è come aver compiuto un abuso, è come non aver detto niente. Ma Elena Ledda ha la fortuna di poter superare le parole e annichilire le definizioni (plastificate come la musica che definiscono, irritanti per la tracotanza con cui vengono propinate). Elena Ledda, la sua voce, le sue canzoni possiedono la verità del cuore, quell’Autenticità che – udite, udite – esiste ancora e ancora pulsa incessante, seppur in situazioni poco pubblicizzate come lo è Amargura, il suo ottavo album.
Elena Ledda è di Selargius, vicino a Cagliari; è un soprano appassionato della musica (i cantadores) e della limba (la lingua) della sua terra, la Sardegna. Partendo da queste premesse e con l’aiuto del maestro Lino Canavacciuolo e della tromba di Paolo Fresu (quest’ultimo in verità non così peculiare) Elena Ledda canta la sua amargura, l’amarezza. Le sue canzoni sono vere e proprie lamentazioni, inarrestabili passaggi di sofferenza con punte di disperazione, o ferite lievi ma continue, che travalicando l’oscurità della lingua scontornano il cuore, lo solcano, gli danno comprensione e verità. Dalla ninnananna via via sempre più travolgente di Carinnius alle indesiderate riflessioni della delicata title-track o di In s’ora – passando per quel urlo di eroicità inaspettatamente ritrovata in un pezzo come Nights in white satin (traduzione dell’originale dei Moody Blues, in italiano la fiacca Ho difeso il mio amore) – Amargura è un denso percorso verso la massima lamentazione finale di Tre mamas, traduzione in sardo di Tre madri di Fabrizio De Andrè. La voce della Ledda che dialoga con il violino prefico di Lino Canavacciuolo rianima pienamente la tragedia di una donna costretta ad accettare la privazione di un figlio. Difficile immaginarne una versione migliore: a chi ascolta non resta che abbandonarsi ad una forte, fortissima arresa.

Voto: 8.6
Brani migliori: Amargura, Nights in white satin, Tre mamas.

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Written by Luca

08/12/2007 a 09:14

Una Risposta

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  1. molti cercano di trovare un aggettivo per la musica…la voce di elena ledda.
    vedo un colore ma non riesco a distinguere quale esso sia,sento una sensazione ma non riesco a capire come sia,vedo un giorno ma non distiguo quale sia.
    ma credo sia semplice amare ciò che senti ma non vedi..non ti stanca.
    e cosa c entra elena ledda,la sua voce,la sua musica?fa parte di questa mia NOTTE….

    il diablo

    14/02/2008 at 02:02


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