Songwriters

recensioni di Luca Barachetti – lucabarachetti@gmail.com

Archive for Febbraio 2008

Occhi di lupo – Sergio Borsato (Daigomusic/Deltadischi, 2006)

con un commento

Comincia bene e finisce male questo secondo disco di Sergio Borsato, a due anni di distanza dall’esordio di “La strada bianca”. La prima traccia, Occhi di lupo (pure titolo di tutto il lavoro), è un pop-rock dal buon tiro che svela subito l’attitudine di un cantautore che guarda l’America più classica, tra folk, rock e blues, ma per raccontare storie della propria vita e delle proprie terre. L’ultima, Fiesta, è purtroppo un pastiglione di luoghi comuni ispanici – sexo, noche, tequila, il tutto ovviamente in salsa flamencata – che ci fa meritare per contrappasso quelli mafia-pizza-mandolino affibbiati a noi italiani. In mezzo, quasi a voler confermare l’andamento ambivalente dei due estremi, succede un po’ di tutto.
La via è sempre quella, la stessa già percorsa da gente come Bubola (qui supervisore artistico) o nei momenti più robusti i Gang. Ma gli esiti sono a dir poco schizofrenici. Ad un certo punto di Occhi di lupo, precisamente dalla traccia due alla traccia sei, c’è come un buco nero qualitativo, un’ecatombe di retorica (Dentro al cuore), assoli di chitarre in erezione (Gira) e banalità assortite (Colori in pasto), che lascia di sasso. Chi è la buonanima che ha deciso di promuovere questo disco, ci si chiede. Chi avrà bisogno di tanti luoghi comuni musicali e non tutti insieme. Poi inaspettatamente la situazione migliora, e la traccia sette, Figli di una luna storta, lascia lì un po’ straniti a domandarsi se dietro il collasso di prima e il buon sussulto di ora (dove, solo per rimanere al testo, ci sono un’esigenza all’origine e qualche ottimo passaggio), ci sia la stessa mano. Da lì in poi, e prima dello scivolone finale, la situazione migliora, si mantiene decente e pure gradevole. Ma fatti a penna i conti le canzoni da buttare sono più di quelle da tenere, e se fossimo alla scuola di un tempo Occhi di lupo lo rimanderemmo a settembre. Con il compito imprescindibile di rammendare il buco di sopra. E in aggiunta, per quanto riguarda i pezzi più popolari (Bastimento) o in dialetto (Il re degli orchi), di farsi un bel ripasso alla voce Davide Van De Sfroos

Voto: 5.2
Brani migliori: Occhi di lupo.

Written by Luca

26/02/2008 alle 14:35

Unusual – Giuni Russo (Radiofandango, 2006)

nessun commento

Un percorso musicale durato quasi trent’anni all’insegna di un’intelligente eccentricità e di un’attitudine davvero trasversale (che ha toccato, anche contaminadoli tra loro, pop da classifica, lirica, world e musica religiosa) e poi il silenzio, obbligato da una morte prematura e non solo umanamente dolorosa: questa in pochissime parole la carriera di Giuni Russo, al secolo Giuseppa Romeo. Unusual ne omaggia a tutto campo l’opera, proponendo nel dvd la registrazione video di un bel concerto tenuti all’Auditorium di Milano nel dicembre del 2001 e nel cd una serie di duetti virtuali con artisti a lei più o meno vicini: Caparezza, Franco Battiato, Toni Childs, Lene Lovich, Vladimir Luxuria e altri. I nomi di rilievo, eccetto i primi citati, scarseggiano un po’, ma la cosa non stupisce se paragoniamo la vitalità artistica della Russo all’imbolsimento di gran parte del panorama italico (soprattutto mainstream, ma non solo), e comunque la qualità del tributo non ne risente. Unusual è infatti un buon disco, sincero nelle partecipazioni e variegato nella proposta, a cui non mancano momenti piuttosto buoni ed alcuni veramente eccellenti, come il rifacimento trip-hop di Una vipera sarò (con breve ma incisiva ospitata di Caparezza), i due emozionanti episodi cameristici (La sua figura e Strade parallele: con un Battiato per l’occasione tirato a lucido), e quello ospitante il coro delle Carmelitane Scalze di Milano, che rivestono di pennellate eteree e vocalizzi ancestrali un brano già stupendo di suo come La sposa. Il resto è tutto almeno sufficiente con l’unico neo del superfluo remix ad opera di Megahertz di Un’estate al mare, che non aggiunge niente ad una delle pop-song italiche più belle di sempre. Ottima operazione insomma, e complimenti alla curatrice Maria Antonietta Sisini, compagna d’arte e di vita di Giuni Russo che da tempo ne difende fieramente l’eredità artistica.

Voto: 7.4
Brani migliori: La sposa.

Written by Luca

26/02/2008 alle 10:45

Da questa parte del mare – Gianmaria Testa (Radiofandango, 2006)

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Di canzoni sull’immigrazione negli ultimi quindici anni ne abbiamo sentite fin troppe. Vuoi per l’effettiva gravità della situazione, vuoi perché anche un certo approccio terzomondista (con tutto il solito armamentario di slogan e etnicismi da accatto al seguito) dà i suoi frutti in quanto a vendite e appeal, potremmo metterci qui a fare la casistica di “come” e “cosa” si racconta quando si parla della questione. Gianmaria Testa, oltre ad essere uno bravo, capace di aprirsi uno spazio autonomo nell’affollatissimo panorama del cantautorato di casa nostra a forza di canzoni che sono piccole opere letterarie dalla grande forza narrativa, è anche una persona parecchio seria. E se decide di dedicare un intero album all’immigrazione – quella odierna ma anche quella passata, la “nostra”, rievocata nella cover di Miniera di Bixio-Cherubini – lo fa con l’onestà intellettuale che gli è propria, e lo titola con un’espressione che già da sola vale un attestato di stima profonda: Da questa parte del mare. Ovvero l’immigrazione raccontata dal suo (e in parte anche nostro) punto di vista, l’unico davvero rispettoso e conosciuto da tutti, senza chincagliere etniche o frasi ad effetto con cui pontificare.

Quattordici anni ci ha messo Testa per pensare e realizzare questo lavoro: un’esigenza forte dietro, e si sente. Ma, paradossalmente, è forse proprio quell’esigenza – realizzata nei fatti con un concept – il punto debole del disco. Che nonostante la buona spinta mediatica – finalmente, aggiungiamo noi, dopo anni di semi-anonimato qui e trionfi oltreconfine – e pur non spostando quasi per nulla il suo percorso musicale, non è di certo il miglior lavoro che fino ad oggi il nostro ha licenziato. Tutto, sebbene condotto da diverse prospettive e anche con una certa varietà di generi (che arriva a mischiare blues elettrico, contrabbassi solinghi e salite folk-jazz in Rrock e sforzarsi maldestramente perfino dalle parti di Waits in Tela di ragno) è concentrato sul tema migratorio. E a volte tale necessità viene inevitabilmente aiutata da un po’ di mestiere (¾) e da qualche momento di noia (Forse qualcuno domani), pur non scarseggiando di fatto le canzoni belle o bellissime. Su tutte citiamo la poetica apertura di Seminatori di grano (il più classico Testa votato al meglio, e con clarino-vocalese finale da pelle d’oca), la pietosa ninna-nanna Una barca scura e il Fossati-De Andrè di Ritals. Ma certo è che, al di là dell’andatura altalenante, quello che di Da questa parte del mare colpisce sta nella sua anima: così volontariamente e coerentemente lontana per cultura, geografia e vita, così profondamente vicina nei sentimenti.

Voto: 7.4
Brani migliori: Seminatori di grano, Ritals.

Written by Luca

24/02/2008 alle 10:53

Toilette Memoria – Moltheni (La Tempesta Dischi, 2006)

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Se Natura In Replay era l’esordio pop, acustico e promettente ma per certi versi ingenuo; Fiducia Nel Nulla Migliore il lamento elettrico con passaggi da capolavoro e Splendore Terrore la sterzata dilatante che lasciava liberi i contorni dei pezzi con un’attitudine al limite dell’ambient, Toilette Memoria è semplicemente il miglior lavoro che Moltheni ha pubblicato fino ad oggi. Mai come in questo disco infatti sono presenti, seppur con sfumature diverse, tutte le caratteristiche del suo cantautorato obliquo, dosate al meglio e utilizzate per portare a compimento un lavoro adulto, forse ancora migliorabile in futuro ma già foriero di alcune indicazioni più che confortanti.

La voce, croce e delizia, è sì ancora derivativa (inutile citarvi i soliti due nomi che si tirano in ballo a questo punto) ma è anche più autonoma e calibrata, e quando sale con quell’impeto lirico che pochi in Italia hanno non c’è derivazione che tenga – si ascolti a proposito il beat-pop di Minerva. Il songwriting trova un livello di ispirazione pari al coraggio di certi passaggi testuali, che a fronte di immagini insolitamente naturalistiche o culinarie («la vita mi ha cotto al vapore / io gli ho ricambiato il favore» canta in Bufalo) guadagnano tutto in espressività. E l’urgenza, soprattutto, è quella di Fiducia Nel Nulla Migliore, risolta però in una manciata di splendide canzoni d’amore (più due strumentali) che lasciati da parte ma non del tutto i fondali fin troppo espansi di Splendore Terrore si concentrano su strutture pop-rock rotonde, oseremmo dire quasi geometriche se l’aggettivo non fosse un po’ troppo fuorviante, che talora virano al folk e si lasciano impreziosire da wurlitzer e pianoforti gocciolanti psichedelìa leggera quasi ovunque.

Titoli come Io, L’età migliore, Eternamente, nell’illusione di te e poi Nel futuro potere del legno e Nella mia bocca (il primo rilettura parimenti intensa di uno dei migliori brani di Splendore Terrore e il secondo vertice emotivo del disco) affermano il carattere decisivo di questo disco per l’evoluzione di un autore tutt’altro che unico nel suo genere ma certamente emozionante. E fa niente se alla fine sono solo gli ospiti (peraltro piuttosto succulenti: Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi, Luca e Alberto Ferrari dei Verdena, e un Franco Battiato che si “nasconde”, quantomai autoreferenziale, in Sento che sta per succedermi qualcosa) a lasciarci l’unica mezza delusione.

Written by Luca

23/02/2008 alle 15:00

Equilibrio – Konsentia (CNI, 2006)

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Chissà se il titolo di questo secondo disco dei Konsentia (Equilibrio) è un’affermazione o un augurio che il gruppo calabrese fa a se stesso. Ad ascoltare le dodici tracce in questione verrebbe da optare per la seconda, appunto perché quello che qui scarseggia è proprio la capacità di rimanere in piedi autonomamente, senza appigliarsi per forza ad un riferimento preciso e soffocante, leggasi i Subsonica. Dal gruppo torinese la mistura di dub, jungle, dance e rock dei Konsentia prende tutto e di più – e come potrebbe essere altrimenti, del resto, visti i riferimenti in gioco – lasciando già dopo poche tracce ben poco all’immaginazione e ancor meno all’entusiasmo di chi ascolta. Il meccanismo è evidente alla quarta traccia (la strumentale Baghdad), ma dà i primi segni anche nell’avvio di Liberami l’anima ed Equilibrio sull’asse verticale, diventando poi del tutto imbarazzante in quella sorta di b-side etno-folk di “Microchip Emozionale” che è Pensiari i libertà. A quel punto il gioco è fatto, e a poco servono i rimandi ai primi Almamegretta che spuntano saltuariamente, o il piacevole retrogusto synth-pop di Senza di te o ancora la lunga peregrinazione electro-world di Istambul. Più che di afrori mediterranei, situazioni da dancefloor, slogan dozzinali (questo sono spesso i testi, cantati nel dialetto d’origine) e chitarre ad irrobustire e psichedelizzare un po’ tutto, qui urge prima di tutto proprio una sana e vitale ricerca di equilibrio. E poi dosi industriali di coraggio e personalità. Forza Konsentia, e auguri.

Voto: 4.8
Brani migliori: Istambul.

Written by Luca

22/02/2008 alle 12:28

Mr. Henry & The Hot Rats – Mr. Henry (Suiteside, 2006)

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Tom Waits non è solo un cantautore sui generis. Tom Waits è un’estetica. Unica, inscalfibile, netta. Prendere o lasciare. Da qui l’immancabile sensazione di stare ad ascoltarne una derivazione, se non un vero e proprio clone, ogniqualvolta ci troviamo tra le mani dischi i cui autori si ispirano più o meno fortemente al menestrello di Pomona. Da quelle parti, tra blues notturni e scaracchiosi e ballate languide cantate in punta di gola affumicata, è davvero difficile ritagliarsi uno spazio veramente proprio, che non ricada automaticamente in derivazioni infeconde o addirittura in copie irritanti. Per chissà quale motivi poi – o meglio, un motivo lo conosciamo bene: ed è lo sdoganamento del nostro che il successo di Vinicio Capossela ha generato negli ultimi anni – in Italia l’influenza dell’autore di “Rain Dogs” si è fatta sentire più che in passato, tanto da indurci a dire – esagerando, ma non troppo – che no, non è necessario clonare quel mondo, quelle atmosfere, quei personaggi per essere cantautori oggi. Anche perché un’estetica così forte inevitabilmente marchia, e hai voglia a sopravviverci.

Mr. Henry con tutto questo ci ha fatto i conti. Ma Mr. Henry è Mr. Henry: uno forte, talentuoso, con un sacco di idee. Non piacerà ai soliti fan di Waits-Capossela, non rinnoverà neanche le candidature del prossimo Premio Tenco. Waits Mr. Henry ce l’ha dentro, ci deve fare i conti, lo deve sfruttare, ma gli deve anche sfuggire. Le undici canzoni di “& The Hot Rats” (titolo-omaggio a Zappa) sono un continuo allontanarsi-avvicinarsi dall’immaginario waitsiano, un gioco di variazioni e contaminazioni fecondo ed ispirato che dalla prima alla decima traccia (molte sotto i due minuti) cova, sperimenta, azzarda, e poi all’undicesima si libera, si espande. Blues chitarra slide e acustica violentati da attitudine furiosamente punk (No-Sense # 5) con aggiunta di bordate e stantuffi elettronici (No-Sense # 9); accelerazioni prevedibilmente in zona Kurt Weill (No-Sense # 91276) e intromissioni stile Mark Lanegan che ulula alla luna (No-Sense # 24) e imbastisce la solita (ma stupenda) ballata tenebrosa e tradizionale (No-Sense # 479); poi valzer fumosi e barcollanti e canzoni da aia in compagnia dei Violent Femmes (No-Sense # 69, No-Sense # 1258). E infine il brano che riassume tutto e anche qualcosa di più: i sette inquieti minuti di No-Sense # 0 dove squarci di elettronica siderale, brusii primigeni e frammenti avant accompagnano un blues scurissimo e stupendo. Waits rielaborato in uno stile a tratti spiazzante, rinnovato e – azzardiamo – originale. Che tutto questo venga dalla stessa Italia patria provinciale e ritardataria degli innumerevoli imitatori di cui sopra un po’ ci stupisce. Ma pure ci rinfranca.  

Voto: 8.4
Brani migliori: No-Sense # 479, No-Sense # 0.

Written by Luca

22/02/2008 alle 09:50

Dovessi mai svegliarmi – Numero 6 (Eclectic Circus, 2006)

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Hai voglia a scriverne di canzoni così, come fanno i Numero 6. Dodici, e tutte perlomeno gradevoli, quelle contenute in Dovessi mai svegliarmi, forti di un spirito che al di là di referenze e ammiccamenti più o meno dichiarati ha imparato bene la lezione del pop, proprio in quanto a sostanza comunicativa.
Ai tempi dell’esordio con Iononsono, il duo genovese formato da Michele Bitossi e Stefano Piccardo riuscì a portare un suo brano addirittura (la cover di Un’estate al mare) in quel non-luogo musical-giovanilista che è Mtv. Non ce ne stupiamo, perché qui siamo di fronte ad una musica che, discografia e attenzione del pubblico permettendo, potrebbe mettere d’accordo tutti o quasi: canzoni rotonde ed accoglienti che cullano le orecchie senza rassicurarle grazie ad una scrittura dalla rara forza melodica; artigianato pop – definizione abusatissima, ma qui necessaria – che gestisce timbri e sfumature molto diversi (gentilezze chitarristiche, ragionamenti elettronici semplici ma fondamentali, robuste code rockeggianti) con un omogeneità sorprendente; leggerezza meditativa ma luminosa che non stanca mai e anzi dura nel tempo. I bei testi di Michele Bitossi trovano una formula personale tra cantautorato intimista e puro racconto, e la sua voce – dolceamara alla Ivan Graziani – è quella perfetta per l’angolatura ironica e a tratti naif da cui avviene la narrazione.
Provate a non farvi attrarre da un gioiellino come Al cuore della storia o dall’ibrido guitar-electro Verso casa (che potrebbe benissimo piacere perfino ai Kraftwerk): sulle strade del pop italico i Numero 6 stanno mettendo la freccia per lasciare sul posto i Perturbazione (Un finale rocambolesco), e già il Max Gazzè post-Adamo ed Eva lì guarda da lontano (E’ arrivato il freddo). Conviene seguirli, poiché inseguirli se continueranno di questo passo non sarà tanto facile.

Voto: 7.7
Brani migliori: Al cuore della storia.

Written by Luca

20/02/2008 alle 17:05

In The Land Of The Sun – Satellite Inn (Urtovox, 2006)

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Sette anni e non sentirli: è proprio il caso di dirlo per quanto riguarda i Satellite Inn, che tale lasso di tempo hanno lasciato trascorrere dal loro esordio a questa seconda prova intitolata In The Land Of The Sun. Era infatti l’anno 1999 quando il duo formato da Stiv Cantarelli e Dario Neri ridisegnò una parte, piccola ma significativa, della geografia dell’alt-folk d’oltroceano con il tanto acclamato (dalla critica soprattutto) Cold Morning Songs, una rivisitazione tanto personale quanto canonica della musica tradizionale americana più sognante e desertica che dal passato di Neil Young portava dritto dritto al presente degli amici Willard Grant Conspiracy.
E In The Land Of The Sun dal canto suo non mischia le carte in tavola, riproponendoci semmai una scrittura un poco più matura che in passato e non priva della necessaria dose d’ispirazione. Malinconiche se non cupe, le canzoni che i Satellite Inn ci hanno riservato per questo atteso ritorno alternano lentezze acustiche tutte steel e pianoforte a istantanee bordate elettriche (The Hard Ground), oppure aprono spazi cinematici la cui oceanità alla Dirty Three non si scontra comunque con la forza evocativa dei titoli dei brani (Arizona). Altrove banjo caracollanti e armoniche lontane aprono spazi caratterizzati da una psichedelìa lieve e sui generis (Rainy Day), che si ripete quando i Satellite giocano a fare i Mercury Rev meno stratificati e sinfonici ma altrettanto onirici e intensi (Unknown Angel).
Tutto a posto dunque? Sì, o quasi. Unico difetto, se di difetto possiamo parlare, è la mancanza di un episodio davvero strepitoso in mezzo a una manciata di canzoni tutte più che buone. Nel lotto l’unica a provarci davvero è Adeline, che fa dei ricami di un violoncello solenne la propria arma in più. Quasi ci riesce, ma in fondo che importa? In The Land Of The Sun è soprattutto la conferma di un progetto che, la geografia nonostante, appare sempre più credibile. E questo ci basta.

Voto: 7.0
Brani migliori: Adeline.

Written by Luca

20/02/2008 alle 12:29

Infedele alla Linea – Mauro Mercatanti (Anomolo, 2006)

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La canzone popolare quando comunica qualcosa si “accontenta” di poco. Qualche emozione (il cui grado di profondità è diverso a seconda di generi, interpreti e periodi storici: nel nostro presente eternamente immediato l’usa-e-getta domina), qualche sentimento da trasmettere lungo la linea autore/interprete-ascoltatore, e quando va bene anche un’interpretazione del mondo che vada al di là della più pura e necessariamente onnipresente estetica.
Il teatro-canzone invece no. Il teatro canzone, oltre a tutto quanto già citato, un’interpretazione della realtà o almeno un’analisi di essa deve averla. Perché? Semplice: perché Giorgio Gaber ce la metteva. Anzi: il teatro-canzone di Giorgio Gaber era un’analisi della realtà. Alla stessa stregua di quella di un grande editorialista (ma Gaber su uno dei nostri prudentissimi giornali odierni non lo farebbero scrivere mai) o di un grande filosofo – categoria con la quale l’autore di “Polli di allevamento” condivideva pure un’indomabile razionalità virata al pessimismo. E quindi chi vuole fare teatro-canzone oggi – diciamo così: post-Gaber – deve sapere analizzare. La tradizione, e di conseguenza il modello e il confronto con esso, è lui e solo lui. Non si scappa.

L’analisi è proprio quello che manca a questo secondo disco di Mauro Mercatanti. Tralasciando gli evidenti difetti di arrangiamento e produzione (in parte giustificati dalla totale gratuità del lavoro, disponibile in download su http://www.anomolo.com/) le canzoni di Infedele alla linea infatti si tradiscono da sole: virate per lo più verso il cantattorismo più classico (che spesso guarda smaccatamente a Gaber) hanno al massimo la forza sufficiente per portare avanti una discreta canzone d’autore. Mercatanti ha delle buone doti espressive, sincerità da vendere e una scrittura ironica e briosa: ma non svela nulla. E tutto il suo lavoro di citazioni pop votate all’impegno (“Tintarella di luna” nel country-rock degregoriano della title-track; il giro di basso di “Sandokan” in Le chiacchiere stanno a zero) e di impegno condito da un’eterogeneità stilistica che lo avvicina un poco a Daniele Silvestri – il tutto all’insegna di un approccio che, appunto, è quasi sempre teatrale – risulta alla fine innocuo e a tratti addirittura eccessivo. Perché di fondo manca un’elaborazione di pensiero che porti novità, che sia in qualche modo spiazzante. Mercatanti dice (abbastanza bene) tante cose, alcune anche in modo coraggioso, ma sono cose arcinote, sconosciute solo da chi per vari motivi fino ad oggi non ha voluto conoscerle. “Infedele alla linea” dunque non è un disco brutto, è piuttosto un disco impossibile, che cerca di percorrere forse senza averne i mezzi adeguati quella strada che ha origine ancora oggi in un unico, e forse inarrivabile, autore.

Voto: 5.2
Brani migliori: Le chiacchiere stanno a zero.

Written by Luca

20/02/2008 alle 08:22

Once Upon A Time Through The Trees – The Child of a Creek (Autoprodotto, 2005)

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Venti minuti abbondanti di folk fiabesco e psichedelico per The Child of a Creek, acronimo dietro quale si nasconde il ventisettenne Lorenzo Bracaloni che in questo dischetto d’esordio propone sei brani suonati, registrati e prodotti totalmente in proprio. Chitarre acustiche ed essenziali interventi percussivi fanno da sostrato ad un alternarsi continuo di elettriche, organi, flauti, armonica e qualche intervento elettronico, per un songwriting che prende tanto dal ritrovato prewar-folk alla Devendra Banhart (notevole la somiglianza in Two Beatiful Horses are dancing the descendent snow) quanto dalle svisate fiabesco-lisergiche di un Syd Barrett non ancora del tutto in acido. La voce è possente e incantatrice, l’approccio gradevolmente pop con retrogusti beatlesiani (The Secrets of SilverWood). Manca forse il brano che lo contraddistingua in un genere negli ultimi tempi parecchio praticato, ma il talento – e soprattutto il clima – ci sono eccome. Aspettiamolo al varco di una nuova autoproduzione o di qualcosa di più ufficiale. Dimenticavo: l’artwork del disco (tutto fatto a mano) è bellissimo, complimenti.

Voto: 6.8
Brani migliori: The Secrets of SilverWood.

Written by Luca

19/02/2008 alle 09:01

Pubblicato in Senza Categoria

Caduto – Alessandro Grazian (Trovarobato/Macaco Records, 2005)

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A dispetto della forma – eccentrica, raffinata, disomologante – quello di Alessandro Grazian è uno degli esordi più d’autore degli ultimi tempi. Arrangiamenti da camera (violoncelli, clarini e arpe) tentano di staccarsi dai canoni di certo settantiano cantautorato italico, folk (ma fino ad un certo punto) ed esistenziale alla meglio sull’onda dei pluriascoltati cugini d’oltralpe. Ma la sostanza è quella: il primo De Andrè intimista, solenne e quasi altero (La differenza), un po’ di Brassens e compagni qua e là, e una voce possente che sì guarda Buckley ma tenendogli con rispetto le distanze. Il tutto confluito in una scrittura già molto autonoma, tra rincorse di rime sul filo dello scioglilingua e parole recuperate dalla polvere dei vocabolari e dei gerghi (basti il titolo della particolarissima Prosopografie, quasi un esercizio da trovatore). E’ tutta qui la forza di Caduto, esordio di questo ventottenne veneto: l’essere in fuga da un mondo ben preciso pur non voltandogli mai del tutto le spalle, ma dando continue occhiate del tutto personali e allo stesso tempo codificabili.

Oggi hanno vinto loro incrocia quanto già detto a Tenco e a ricercate aperture semiorchestrali alla Bindi; Novizio arrangia un po’ medioevalizzata alla Branduardi; Ammenda e Ottima mischiano melodramma e sfogo febbrile, mostrando un filo di pretenziosità di troppo e un’attitudine “da artista” che la prossima volta andrà calibrata meglio. Sono però i due soli difetti di un ottimo esordio, che ha in Santa Sala – unico brano in cui si manifesta del tutto (anche per la parte buckleyana) il tanto sventolato binomio Jeff-Faber – il suo apice compositivo. Bravo Grazian, e ottimi i musicisti che lo accompagnano (impossibile, come sempre, non citare Enrico Gabrielli ai fiati). Dal seguito di Caduto possiamo aspettarci grandi cose.

Voto: 7.3
Brani migliori: Santa Sala

Written by Luca

18/02/2008 alle 21:31

Misogenio – Tommaso Tam (VideoRadio, 2006)

con un commento

Registrazione su un quattro tracce, voce e situazioni che – ovvia via Beckbughizzano non poco, qualche brano eccessivamente pretenzioso e un tantino autoferenziale. Ad un primo ascolto questo disco di Tommaso Tam viene voglia di lasciarlo abbacchiare sulla mensola. Già sentito e pure un po’ inutile, si potrebbe dire con sufficienza. Eppure Misogenio al secondo ascolto prende, e un poco di più al terzo, e così via.
Un’indolenza algido-sintetica che di rado lascia il passo a blues dalle chitarre cafone (Incontro di cuori) e a bosse sottili e grigiastre (Ironica); una lamentazione per spippolamenti elettronici e voce alienata che nascondono una retroguardia fatta di Beatles, Battisti (I dolciumi di Annalisa) e forse addirittura Tenco. Una catasta di referenze, voglie e ammiccamenti (musicali, ma anche cinematografici) che cercano senza troppa convinzione di incastrarsi tra di loro mentre agognano, non ancora trovandola, la canzone veramente decisiva. Hansen-Bugatti in dose sensibile insomma, ma anche tante buone idee e talento.
Tam sa il fatto suo, infila tra le canzoni intermezzi strumentali dal taglio saporitamente cinematico (La triste vacanza di Igor a Parigi) e dalla grana volutamente polimerica (Per orchestra sintetica #1); ci fa e ci è tanto da non  fare capire quando ci faccia e quando ci sia veramente (il rappettino sentimentale H2); gioca a scrivere il pezzo che metta d’accordo un po’ tutti (l’ottima Invito a cena) per poi perdersi in reading che vorrebbero essere allo stesso tempo comiche e inquietanti ma non sono né una né l’altra (Skert Bert). Ma quel che al di là di tutto è più importante è che possiede un’estetica derivativa ma personale, non ancora del tutto a fuoco ma già determinante nel fare di Misogenio un lavoro fascinoso e interessante. E’ solo al secondo disco, diamogli tempo. Intanto io, che il primo non l’ho mai sentito, vado a recuperare.

Voto: 6.8
Brani migliori: Invito a cena

Written by Luca

15/02/2008 alle 08:15

Italian GangBang – Guido Foddis (Esagono / Venus, 2006)

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Anni di gavetta tra jazz e orchestre televisive, qualche esperienza anche da giornalista e conduttore, e poi la svolta verso la canzone d’autore, coincidente – così dice la biografia – con un avvicinamento al movimento no-global italiano. Questo in due righe il percorso compiuto da Guido Foddis per arrivare a “Italian Gangbang“, esordio solista che lo vede destreggiarsi sul difficile terreno di una canzone d’autore impegnata che sui temi del Movimento trova gran parte della sua ispirazione.

Canzoni essenzialmente rock quelle di Foddis, con qualche deviazione raggae-ska ogni tanto, ma che del rock non hanno ne’ la forza comunicativa ne’ l’impeto dinamitardo. Non bastano infatti gli strali grossolani contro Bush (Bim Bum Bush, meno sardonica di quanto vorrebbe essere) o contro l’impero dei consumi (La grande pattumiera) perché gli undici brani di questo disco appaiano come qualcosa di più di una sequela di luoghi comuni antagonisti – già di per sé un controsenso annichilente – dalla scarsissima ispirazione e dall’ancora più scarso ingegno.

Foddis le prova tutte: se la prende con il grande orecchio che tutto ascolta (Una canzone per Echelon) e con i “maghi” dell’economia (La finanza creativa); prepara ad hoc omaggi che sanno di surrogato (Il nuovo Eldorado, con Cisco ospite, è puro Modena City Ramblers style); a tratti addirittura la butta sul populismo più spicciolo (Una riga per Miccichè: storia di polveri bianche parlamentari virata, chissà mai con quali prove, verso un preciso obiettivo) fino ad arrivare alla pura chiacchiera da fruttivendoli (gli ammiccamenti gossippari de La Fiat tira un casino). Ma niente riesce a sconfiggere una generale senso di mediocrità che traccia dopo traccia gioca insistentemente al ribasso e, pur raschiando il barile, lascia poco spazio a note positive. Ne segnaliamo comunque due: il quadretto alla Baccini di Piccola No-global e la forza civile di Tra la polvere e il cielo, con ospiti i Gang. Ma lo facciamo più per rassegnazione che per meriti reali.

Voto: 3.7

Written by Luca

14/02/2008 alle 12:20

Camera oscura – Hana-B (Operà Studio/Venus, 2006)

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Pop-rock chitarristico con le radio in testa e qualche prescindibile contorno elettronico per gli Hana-B, combo piemontese che dal più famoso (e più bel) film di Takeshi Kitano prende il nome ma non la ricercatezza dei toni. Lo sguardo è fisso, a tratti un po’ imbambolato, sul brit-pop di ultima generazione (Coldplay su tutti), tanto nelle dinamiche dei brani quanto nell’uso delle chitarre. Vuoti/pieni non troppo calcati e impennate a sorpresa chitarra-batteria-piano infatti cercano grane con il marchio registrato di Chris Martin e soci: l’effetto a volte è efficace (si ascolti Le Stanze, con la tromba di Fabrizio Bosso a disegnare jazzata) altre è semplice carta-carbone, e per giunta sonnacchiosa – Niente di più, acustica-pianoforte con melassa in agguato, esplode fulminea nel finale, ma è tutto sforzo sprecato.

Il clima generale è melanconico-meditativo, qua e là spuntano asprezze edulcorate stile Marlene Kuntz (Oggi resto in casa) e fondali quasi elettro-pop, che guardano prudenti a Depeche Mode e New Order. Per In vortice e Nervi produce Roberto Vernetti, ma la sostanza non cambia e anche le macchine continuano ad essere gentili e scontate.
Insomma, l’abbiamo detto, si punta alla radio. E non sarebbe un male con quel tanto di personalità e di canzoni in più che non riducessero il tutto ad una ricerca di riferimenti più che di emozioni. Spicco il volo, in questo senso, è pane per i nostri denti: prima un filino Morr Music e un filino La Crus, poi come sempre ma con altisonanza: Muse ed – eccoli finalmente – Negramaro.
Infinte attenzione alle cover: quella di Eleanor Rigby (pop’n'roll irrobustito da synth energici e ritornello quasi da stadio) è completamente fuori centro. I Beatles così, per favore, no.

Voto: 4.5
Brani migliori: Le Stanze.

Written by Luca

13/02/2008 alle 08:16

Unicamista – Unicamista (Lilium, 2006)

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Che farsene dell’ennesimo gruppo patchanka? Gli Unicamista da lì vengono e lì rimangono, calcando un po’ la mano sui ritmi in levare (ska soprattutto, poi raggae e dub) ma transitando per tredici tracce tredici nei territori di un genere che dai Mano Negra a Manu Chao – passando per tutte le filiazioni, italiane e non (Mau Mau, Bandabardò, ultimi Modena City Ramblers, Apres La Classe… devo continuare?) – è ormai del tutto saturo. E allora appunto che farsene? Perché è proprio questo il punto. Questi dieci ragazzi lombardi in quanto a miscugli etnici e soluzioni ballabili sanno il fatto loro; hanno un’eccellente sezione fiati e un’altrettanta buona vena compositiva – ben supportata dagli intrecci vocali dei due cantanti Slavo e Mila. Ma suonano una musica colma oltre l’orlo, che non ha più niente (di nuovo?) da dire, e che è stata tanto praticata (ed abusata) negli ultimi anni da riuscire ad imbrigliare ed uccidere anche il più impercettibile degli spunti personali. Ascoltate questo disco: a meno che proprio non detestiate il genere, non potete dire che sia brutto, ci sono almeno due o tre canzoni davvero buone (Mediterraneo, La tremendissima e soprattutto Guerra cultivar, incrocio riuscito tra Africa Unite e Subsonica) e le restanti si tengono su abbastanza (del resto è pur sempre un esordio). Ma non potete nemmeno dire di stare a sentire qualcosa di personale, figuriamoci poi di nuovo. Il clichè – perché di questo purtroppo si tratta, e non più di genere – è rispettato al dettaglio: ritmi veloci, idiomi che si incrociano (italiano, inglese e l’immancabile spagnolo), ripartenze saltellanti, impegno sociale a suon di slogan, qualche momento poetico un po’ alla buona. Musica così è solamente rassicurante, contraria alla curiosità, utile soprattutto per il consenso in feste (o meglio: fiere) dell’Unità, che di veramente politico hanno ormai poco. Gli Unicamista e i gruppi a loro più o meno simili non sono sicuramente in malafede e nemmeno a capo di chissà quale organizzazione propagandistica. Ma forse devono stare attenti: che omologazione e superficialità purtroppo non sono solo, e non più, “dall’altra parte”. Probabilmente “da questa parte” e “dall’altra parte” sono distinzioni vecchie come la patchanka. Che è diventata, disco dopo disco, slogan dopo slogan, nella sua estrema dinamicità danzereccia e nel suo progressismo libertario ed eguagliante (soprattutto a parole però), qualcosa di immobile, reazionario, puramente conformistico. Musica organica, insomma. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Voto: 4.8
Brani migliori: Guerra cultivar.

Written by Luca

12/02/2008 alle 10:54

Live: Afterhours – Buddha di Orzinuovi (Bs), 18/3/2005

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Se Manuel Agnelli mira a diventare uno tra i migliori song-writer italiani – se non il migliore, almeno in ambito rock – quella che ha intrapreso con Quello che non c’è e col nuovo Ballate per piccole iene sembra essere la strada migliore verso quello scopo. Al Buddha di Orzinuovi – prima data della nuova tournèe – gli Afterhours propongono una sostanziosa anticipazione del loro nuovo album e l’impressione, con tutto il beneficio d’inventario che necessita un primo ascolto (solo due delle otto novità erano infatti già state proposte nelle date dello scorso anno), è positiva. Anzi: è magnifica.
Anticipato da un estratto della colonna sonora di Eyes Wide Shut – sul palco un colonnato di neon che illuminandosi daranno un effetto piuttosto incisivo – il gruppo milanese apre col singolo Ballata per la mia piccola iena, pezzo non a caso esemplificativo delle rotte sonore del nuovo lavoro. Melodie scure e ipnotiche – e un’atmosfera complessiva di carnale dolorosità, rintracciabile anche solo nei titoli delle canzoni – sembrano infatti caratterizzare tutti gli inediti proposti e in particolare il singolo sopra citato che, grazie ad un ritornello quantomai determinante, si gioca con l’altrettanto intensa Ci sono molti modi (altro ritornello da favola: “vedrai che il mio amore è una patologia saprò come estirparla via”) il ruolo di nuovo classico della band milanese.
Ma non sono solamente questi due i momenti da segnalare e in generale la qualità dei nuovi Afterhours è molto alta. La tagliente parentesi chitarristica al centro de La sottile linea bianca, il trascinante crescendo elettrico di Sangue di Giuda e il forte impatto live di Chissà com’è (in cui si sente più che altrove il contatto con Greg Dulli) dimostrano infatti una complessità di costruzione e arrangiamento assai maggiore rispetto al passato – complessità già presente in Quello che non c’è ma distante, ad esempio, da Male di miele o Rapace – e una maturità notevole soprattutto in fase di scrittura ed esecuzione (Agnelli con la voce fa ormai quello che vuole; il violino di Dario Ciffo è sempre più importante nelle dinamiche del gruppo). Gli Afterhours appaiono, tra tutti i possibili canditati della scena rock italiana, i più quotati a realizzare il disco definitivo, oggi come non mai. “Ballate per piccole iene” sembra avviarsi su questa strada. Dopo il succulento antipasto del concerto al Buddha abbiamo buonissime ragioni per sperare in bene.

Written by Luca

11/02/2008 alle 20:58

Malocuore – Stefano Tessadri (Novunque/Self, 2006)

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Stefano Tessadri cambia tutto per non cambiare niente. Riveste le canzoni di Malocuore (titolo bellissimo) di sonorità tex-mex, tra banjo, chitarre, fischi morriconiani e qualche sfiatata mariachi ma di fondo la sua musica rimane la stessa del precedente “Dietro ogni attesa”: una filiazione da Vinicio Capossela e Tom Waits senza quel tanto di autonomia dai due modelli che possa renderla davvero speciale.
Conta poco purtroppo il gran lavoro sugli arrangiamenti fatto da lui e dai suoi musicisti per ricreare certe precise atmosfere tra polvere e grilletti – a volte più un feticistico esercizio di stile che altro, vedi Señor Comandante – perché la scrittura, lo spleen tipicamente bukowsiano o da murder ballad delle vicende narrate e l’interpretazione scaracchiosa e alcolica irrigidiscono tutto, e rendono “Malocuore” un lavoro derivativo in modo ovvio, tanto che dopo due soli brani si può già intuire di che pasta saranno fatti i seguenti.

La derivazione è tale da risultare a volte addirittura pleonastica. La traballante Girotondo, ad esempio, più che a Waits direttamente si rifà alla Scraps Orchestra – che in quanto a waitsosità, passateci il termine, ha il suo bel dire – come una specie di “copia della copia”; mentre La parte migliore di me, ballad confidenziale manifestatamene caposselliana, viene messa alla fine di tutto proprio dove l’avrebbe messa Capossela stesso. Il resto poi non cambia di una virgola, e se solo con il lanternino si riescono a trovare altre influenze (un po’ di Dylan avventuratosi a Durango in Il circo manicomiale, ma nulla di che), pure la scelta delle cover è un tantino scontata (la Ballata degli impiccati di De Andrè).
Eppure a sprazzi si vede che Tessadri ci sa fare e sta cercando una sua poetica. Alcuni passaggi letterari sono pregiati, altri dimostrano che una via, se non originale quantomeno personale, c’è. E’ quella semplice semplice di raccontare ciò che si vede: storie di marpioni da bar dal taglio ornitologico (l’ottima Pappagallo) e di malfattori western trasferiti con due colpi di penna nelle lande desolate della Lomellina (L’ammazzacommissari). Non a caso sono i due episodi più confortanti del disco, ma è ora di provare a staccarsi da Waits-Capossela. Di figliastri la coppia ne ha già sparsi in giro fin troppi, e la cosa sta diventando un po’ troppo opprimente.

Voto: 6.2
Brani migliori: L’ammazzacommissari.

Written by Luca

07/02/2008 alle 15:24

Live: Cristina Donà – Auditorium di Milano, 1/4/2006

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La luce non produce suono, illumina e basta. Ma può accompagnare perfettamente la musica, quando si propone di trasformare le canzoni in sogni luminescenti, sospesi nel buio insieme alla voce che canta e a poche, discrete note di chitarra o pianoforte. E’ quello che succede nel breve giro di concerti che Cristina Donà si sta concedendo prima di rimettersi al lavoro sui brani del successore di “Dove sei tu”. Un tour che, lasciati a casa quasi tutti gli strumenti, sfida la percezione degli ascoltatori facendo suonare la luce, quella emessa dalle lampade appositamente preparate per l’occasione dal light-designer Mamo Pozzoli.

Atmosfere delicate, canzoni cantate sul filo di una voce sempre più importante, capace di esaltare anche i brani meno riusciti ma forte comunque di un repertorio che dopo appena tre dischi conta su una manciata di episodi vibranti che non deludono anche da nudi e illuminati: sono piccole geometrie eccentriche le canzoni di Cristina Donà, e in un contesto simile svelano ancora di più la loro natura a volte magica (Salti nell’aria), a volte bizzosa (un’ironica Volevo essere altrove ritmicamente rinvigorita), pur restando sempre attente a riportare con esattezza le misure emozionali da cui sono nate.
L’apertura con un brano inedito cantato in compagnia del solo tintinnio di piccole percussioni accenna per un attimo al futuro senza fornire grandi anticipazioni, mentre la creatività percussiva di Cristian Calcagnile arricchisce di sfumature la parte finale della scaletta: via al trotto leggero della sempre splendida Goccia e ai rumorismi metallici di una Nido piuttosto palpitante ed emotiva. Poi nel bis Stelle buone e Ho sempre me chiudono il conto di una serata che, complice il calore del pubblico (la Donà abita in provincia di Bergamo), regala uno dei migliori live italiani visti fino a questo a punto dell’anno.

Written by Luca

06/02/2008 alle 14:01

Non voglio restare come Cappuccetto Rosso – Valentina Lupi (Altipiani/GDM/Edel, 2006)

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Nuove cantautrici crescono. E quando muovono i loro primi passi come sta facendo Valentina Lupi c’è da ben sperare. Era da tempo che alla voce rock al femminile non si ascoltava infatti un esordio così convincente come Non voglio restare come Cappuccetto Rosso, primo passo di questa ventiseienne proveniente dalla scena romana che qui per gli arrangiamenti si è fatta aiutare da Matteo Scannicchio e Corrado Maria De Santis dei Cappello a Cilindro.
Ha una gran bella voce Valentina: potente, decisa, venata di soul quanto basta per rendere credibile i versi che canta; e una scrittura che dimostra già una discreta dose di personalità, nonostante qualche eccesso (soprattutto testuale) tipico di un esordio. Le sue canzoni si muovono tutte lungo le forme più tipiche della rock-ballad al femminile, virando una volta verso i toni più grintosi ed elettrici di Gianna Nannini (Satura) e un’altra verso l’eccentricità leggera della prima Cristina Donà (la title-rack) ma mantenendosi sempre su un buon livello. Chitarre più o meno tirate, pianoforte, rhodes e organi vari partecipano da protagonisti arrangiamenti, che senza trovare chissà quali estrose soluzioni fanno il loro mestiere e sostengono al meglio un’interpretazione a tratti scurita da toni nasali alla Paola Turci. Manca solo la canzone che riesca a contraddistinguerla da tutta una serie di recenti esordi in gonnella comunque non a questo livello. Brani come Solo 21 anni, E’ questo il vero? e Voglio essere felice ci provano senza riuscirci del tutto. Non resta che ritentare.

Voto: 6.4
Brani migliori: Satura.

Written by Luca

06/02/2008 alle 08:27

Live: Pacifico – Salumeria della Musica di Milano, 6/2/2006

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Sebbene esistano ancora i cantautori seri(osi) e tutti concentrati sulla loro (sublime?) arte, Gino De Crescenzo in arte Pacifico non è di questi. Lui gioca, sdrammatizza, dialoga col pubblico e si inventa tutta una serie di freddure e gag per riempire gli spazi tra una canzone e l’altra. Alla Salumeria della Musica si festeggia l’uscita di Dolci frutti tropicali: l’atmosfera è famigliare, gli applausi (soprattutto dai fans) non mancano mai, mischiati nel pubblico ci sono Domenico Procacci, Carlo Fava, Frankie Hi Nrg. Pacifico presenta le sue nuove canzoni alternandole a quelle dei due dischi precedenti, ospitando sul palco anche alcuni degli artisti che con lui hanno collaborato alla realizzazione dell’album.

L’apertura è affidata all’omonima Pacifico, poi il brano sanremese Solo un sogno e l’ultimo singolo Dal giardino tropicale: il gruppo che lo accompagna è abbastanza compatto (chitarra, basso, batteria, tastiere più la chitarra di Pacifico) ma mai troppo determinante. L’incompiuta non ha la stessa forza che in studio (sarà così anche per la versione estremamente slow di A poche ore), mentre King Kong viene vivacizzata dall’apparizione in sala di un personaggio travestito da scimmione. Per Caffè arriva sul palco Petra Magoni – seguita poi da Ferruccio Spinetti degli Avion Travel: insieme presentano un brano (Io sono metà) scritto da Pacifico e contenuto nella sequel di “Musica Nuda” di prossima uscita – e dopo Le mie parole (sicuramente il momento migliore della serata) Da qui viene cantata con un Samuele Bersani parecchio in forma. Il finale del set è affidato a Ricordati di me e alla tromba di Marco Brioschi che emerge dalle ultime file verso il palco. Nel bis è la volta di Fine fine, Smog e Polifemo, chiusa dal protagonista con un omaggio in bolle di sapone.
Serata divertente? Sì, ma più per il contorno, perchè la musica lascia parecchio a desiderare. La voce di Pacifico, soprattutto quando tenta il falsetto, tentenna, e a forza di tentennare cade. Le canzoni, vuoi per un’eccessiva uniformità di scrittura che dal vivo si fa sentire ancora di più, rendono molto meno che su disco. E alla fine dietro ai giochi e alla simpatia rimane un po’ poco.

Written by Luca

05/02/2008 alle 19:54

Pubblicato in Pacifico, concerti, concerto, musica

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