Archive for Gennaio 2008
L’aldiquà – Samuele Bersani (BMG Ricordi, 2006)
Ho l’impressione che quando fra venti o trent’anni faremo un riassunto delle cose migliori fatte da Samuele Bersani nella sua carriera non ci ricorderemo de “L’aldiquà“. E non perché il sesto lavoro del cantautore romagnolo sia brutto. Tutt’altro. Ma perché esso stenta a spiccare il volo, privo com’è di quelle due o tre zampate che alla fine degli anni novanta ci hanno regalato del nostro almeno un paio di ottimi lavori – “Samuele Bersani” e “L’Oroscopo speciale” a detta del sottoscritto.
Qui il difetto è lo stesso del precedente “Caramella Smog”: una dopo l’altra le canzoni sono tutte almeno sufficienti ed alcune davvero belle, ma quasi nessuna è dotata di quello spleen tale da renderla memorabile. Non c’entra molto l’ispirazione e nemmeno il talento (entrambi certamente presenti), è piuttosto una questione di leggerezza, che da qualche tempo a questa parte Bersani sembra avere un po’ perso. Non è un caso che ne “L’aldiquà” le cose migliori vengano da quegli episodi più tipicamente pop, e per quanto riguarda i testi, quantitativamente più esigui e qualitativamente più diretti. Il mezzo rock acustico La prospettiva del pollo arrosto (pungente e amaro alla Ivan Graziani), o il samba-pop contagioso – ma dall’anima grigia e modernamente kafkiana – Lo scrutatore non votante, o ancora la commuovente Sicuro precariato sono infatti i brani che più ci ricordano il miglior Bersani, quello per intenderci di “Giudizi Universali” e “Replay”, la cui poeticità profonda e, appunto, lieve sapeva perfettamente raccontare il reale partendo da minuscoli particolari descritti per cosa effettivamente erano, senza eccessivi ermetismi e prolissità. Al contrario altri episodi (Lascia stare, Il maratoneta, Sogni), che spostandosi dalla sfera sociale a quella privata stringono fin troppo le maglie dei significati, risultando sterili e un po’ inconcludenti, e indeboliscono di molto – al limite della sonnolenza – la parte iniziale e finale del disco.
Eppure, nonostante questo, Bersani è all’apice della sua carriera artistico-umana. A dimostrarlo brani dalle tematiche complesse e rischiose come Occhiali rotti e Sicuro precariato: il primo narra la brutta vicenda del giornalista Enzo Baldoni ammazzato in Iraq, e lo fa attraverso una pop-song accattivante e gioiosa che piano piano si insinua sotto pelle inducendoci a cantarne quando meno ce lo aspettiamo parole durissime e disincantate; mentre il secondo racconta senza proclami e giudizi la rapida discesa di un insegnante precario da una fragilità solo lavorativa ad un’altrettanta instabilità che coinvolge tutta l’esistenza, sentimenti in primis. Due perle di grande forza comunicativa da cui forse Bersani dovrebbe ripartire per non rimanere in futuro “solo” quello di “Giudizi Universali”.
Voto: 6.5
Brani migliori: Sicurio precariato.
Watering Trees – Feldmann (Stoutmusic/Audioglobe, 2006)
Chi ha apprezzato i due dischi fino ad oggi pubblicati da Pietro De Cristofaro alias Song For Ulan e le ultime cose di Cesare Basile non potrà non dare un ascolto a questo primo lavoro dei Feldmann, nome dietro cui si nasconde l’ex Puertorico/Loma Massimo Ferrarotto in compagnia di Tazio Iacobacci dei Tellaro. Watering Trees (che ospita lo stesso Basile alle chitarre) si muove infatti entro l’onda lunga del miglior cantautorato tradizionale americano – alternativo ma non solo – proponendo undici episodi in cui a far da padrone sono soprattutto le chitarre (acustiche, elettriche, steel) in un gioco continuo di intrecci curati e atmosferici che guardano tanto al blues più malinconico e meditativo (Black Eyes) quanto al pop più rotondo e newacousticheggiante (Come closer).
Il clima è quasi sempre crepuscolare e dolceamaro, l’ispirazione non certo deficitaria (anche per quanto riguarda le liriche, spartite quasi alla pari dal duo), Watering Trees sconta però sulla propria pelle il fatto di essere alla lunga un po’ troppo monocorde. Le canzoni scorrono piacevoli più per l’impatto generale che per la forza dei singoli episodi, e non a caso basta anche solo la mutazione di un minimo carattere per rendere tutto più interessante. Succede ad esempio per l’accento waitsiano di Bloos 354 o per quello country-desertico in area Howe Gelb di The Grass, gli episodi migliori di un lavoro ben fatto ma sempre un po’ a rischio sonnolenza.
Voto: 5.7
Brani migliori: The Grass.
Notturno Rozz – Stefano Piro (Autoprodotto/Deltadischi, 2006)
In pochi probabilmente si ricorderanno dei Lythium, che a cavallo tra il 2000 e il 2001 passarono prima dal Festival di Sanremo con il brano “Noël” (ricevendone in cambio il più ovvio dei premi della critica) e pubblicarono poi per la Sony l’esordio “Amaro”. Il gruppo ligure di lì a poco si sciolse definitivamente e Stefano Piro, che di quella formazione era la voce e l’autore dei testi, pubblica oggi Notturno Rozz, esordio solista giocato nel bene e nel male sulle stesse coordinate delle origini.
Diciamo nel bene e nel male perché se è vero che oggi come allora il punto di forza della proposta dei Lythium e di Piro è un azzeccato miscuglio tra rock d’autore, jazz, reminescenze tanghere e lievi virate balcaniche – in un crocevia che guarda indistintamente a Cave e Piazzolla (qui omaggiato con una rilettura di Vuelvo al Sur), a Conte e ai primi La Crus, questi ultimi con le chitarre elettriche al posto della macchine – è vero allo stesso tempo che “Notturno Rozz” ha l’identico difetto del suo predecessore. Ovvero non contiene canzoni decisive che permettano al disco di durare.
La penna di Piro è cresciuta, nei testi ha limato certe ingenuità che azzoppavano non poco le canzoni passate e oggi si muove bene tra storie d’amore e disperazione dal taglio a volte bukowskiano; ma non trova ancora ispirazione a sufficienza da risultare davvero interessante. E difatti durante l’ascolto, grazie anche all’ottimo lavoro sugli arrangiamenti che mischiano con perizia chitarre rockeggianti e rhodes lunari, fiati da big band e sinuosi ottetti d’archi, a convincere è soprattutto l’atmosfera fumosamente notturna e a tratti quasi demoniaca (L’amor del male) che permea tutti i brani, ma non i brani in sé. Quelli, pur mantenendosi sempre su livelli buoni, sfiorano l’apice solo una o due volte (Odio il tempo, Suite di buona primavera) e lasciano infine a bocca asciutta chi è in cerca del capolavoro e trova invece un lavoro discreto e nulla più, ancora in attesa di quel salto determinante che ne consolidi i meriti.
Voto: 6.2
Brani migliori: Odio il tempo.
Tras os montes – Stefano Giaccone (La Locomotiva Dischi, 2006)
Ci sono dischi che chiedono conto a chi li ascolta di come e di cosa si vive. Canzoni che domandano da che parte si sta e da che parte si vorrebbe/dovrebbe stare, ponendo questioni che vanno al di là delle bandiere e aspirano decise al cuore e alla coscienza. Non è politica, non quella dei partiti almeno, e non è neanche polis, quel “vivere civile” negli ultimi tempi quantomai deturpato che di arte civile oggi avrebbe immensamente bisogno: è soprattutto il «tentativo», disperato ma speranzoso, di «sconfiggere l’assurdità del mondo», citando le parole di Phil Ochs che accompagnano le canzoni di “Tutto quello che vediamo è qualcos’altro” ultimo disco solista (anno 2003) di Stefano Giaccone prima di “Tras os montes“. Lavoro, quest’ultimo dell’ex Franti, che dal «tentativo» ochsiano e dalle domande di cui parlavamo prima trae respiro e forza, riuscendo ad essere il miglior disco autoriale del nostro dall’esordio del 1998 (sotto l’acronimo Tony Buddenbrook) ad oggi.
Undici gli episodi di cui otto autografi, con due ottime riletture da repertori altrui (Senza sicura di Edoardo Cerea e La neve dei 24 Grana) e una “Totally yours” di John Doe ben rifatta in italiano come Tuo per sempre. Undici canzoni poderose e schiette, cantate con una voce più che mai solida su pochi ma perfetti accordi folk-blues di chitarre acustiche e pianoforte che lasciano campo libero a trombe jazzate, archi e fulminee incursioni elettriche. Ottima l’opera di Giaccone sui testi, maggiormente compiuti rispetto al passato e debitori di una tensione morale che è tutta del De Andrè de “La Domenica delle Salme”, buono anche il lavoro di Dylan Fowler alla produzione e alla registrazione, questa volta davvero all’altezza dei brani in gioco.
Quel giorno sposa Nick Drake al Guccini più crepuscolare in una commuovente riflessione sul disincanto e l’amarezza («E tutto quel che hai è quel riflesso d’estate / sulla tua bottiglia, in un campo di grano»); Falsa cronaca dell’abbandono e Ridere, unico episodio rockeggiante del combo, guardano rispettivamente a Fossati e al primo Finardi di scuola Cramps; Morecambe Bay, nel suo contrasto tra pietà acustica e inarrestabile violenza elettrica, è la più antiretorica e vera delle canzoni sull’immigrazione che ci è capitato; Canzone con dito medio e Nessuno chieda, i due capolavori dell’album, sono invece i brani che da tempo attendevamo su questi ultimi anni indecenti e su uno dei loro peggiori misfatti – la morte di Carlo Giuliani – di cui finalmente si dice l’unica cosa che dal primo momento si sarebbe dovuta dire: «Nessuno chieda il permesso di entrare / in una morte a vent’anni / per ricordare un volto o una voce / per il mestiere o per posare la croce».
“Tras os montes” è un disco senza sconti, sincero fino alla nudità e arcigno come lo sono le montagne del titolo. Non arriverà tanto facilmente sulle pagine dei giornali e probabilmente non occuperà neanche molti degli immensi spazi blogosferici della rete. Ma se ne avrete la possibilità non lasciatevelo scappare: di un disco così dovremo per forza tener conto quando sarà l’ora di decidere cosa ci ha entusiasmato in questo non troppo esaltante duemilasei. E a parte le classifiche, di un disco così tutti dovremmo tener conto allorché si provi ad essere individui un minimo coraggiosi e un minimo sinceri. Lo diceva bene Phil Ochs: «Anche se non puoi aspettarti di sconfiggere l’assurdità del mondo, puoi fare un tentativo. Questa è la moralità, questa è la religione, questa è l’arte, questa è la vita».
Pippo Pollina: “A noi ci piace così…”

Troviamo Pippo Pollina e il suo gruppo alle prese con il sound-check e una presa elettrica che fa le bizze. La sua storia artistica è ormai nota – per chi non la conoscesse Pollina, fondatore degli Agricantus stanco della realtà culturale italiana, è emigrato nel 1985 in Svizzera e da lì dopo un periodo da musicista di strada ha riscosso via via un sempre maggiore successo che lo ha portato ad essere un artista importantissimo in terra elvetica e in Germania e a “tornare” musicalmente in Italia solo negli ultimi anni – “Bar Casablanca” è il suo diciannovesimo disco (ma solo il quinto edito anche in Italia) e nei giorni precedenti all’intervista Pollina era in Italia per una mini-serie di concerti di presentazione. La data di Milano è stata un’occasione per incontrarlo ed avere a che fare coi modi gentili di una persona veramente alla mano.
Questa di stasera a Milano è la quinta data della tua mini-tournèe italiana. Ci vuoi fare un piccolo bilancio di com’è andata fino ad ora?
Malissimo! No scherzo… A Roma al Teatro Eliseo è andata benissimo; e anche a Mira, in provincia di Venezia, è andata bene. Invece ieri a Torino, al Folk Club, mi aspettavo qualcosa di più. Erano sei anni che non suonavo a Torino e inevitabilmente un’assenza così lunga la paghi un po’. Vedremo stasera qui a Milano, ma non sarà facile. Per me Milano non è mai stata una città facile.
“Bar Casablanca” è un lavoro molto eterogeneo, nelle influenze musicali come nei temi. Perché tra tutte le quattordici tracce hai scelto proprio “Bar Casablanca” come titolo?
Fondamentalmente perché suonava bene. Il nome di un disco di solito si sceglie tra due o tre titoli di pezzi che ti sembrano giusti per l’orecchio. Poi ci puoi trovare un infinità di motivi che diano un senso a quella scelta, ma spesso sono solo motivi di facciata. Pensandoci bene però dietro la scelta di “Bar Casablanca” c’è anche un motivo che va al di là della sonorità, ma il criterio di scelta primario è stato, appunto, la musica.
L’eterogeneità di “Bar Casablanca” si manifesta anche nella quantità di luoghi citati nelle canzoni (Norröra, Parigi, Montevideo, Vancouver…), tanto che è lecito pensare che i testi di questo disco derivino da un tuo diario di viaggio o siano essi stessi una specie di diario…
Buona parte delle canzoni di “Bar Casablanca” sono nate nei luoghi, come ad esempio “La pioggia di Vancouver”. Il viaggio all’interno di questo disco è una sorta di motore creativo, perché io viaggio sempre per portare in giro la mia musica. Ad ogni approdo c’è gente che ti aspetta, che ti comunica qualcosa: è quello, insieme al contatto effettivo con i luoghi, che fa scattare la molla creativa e il desiderio di suonare. Insomma io ho la fortuna di potermi alzare al mattino e domandare tra me e me “Chissà cosa mi succede oggi?” con più frequenza rispetto a chi fa un mestiere “qualunque”. E questo è un fattore importantissimo per ciò che faccio.
Ogni buon viaggiatore si porta almeno un libro appresso. E’ facilmente immaginabile il tuo amore per la letteratura, anche solo per aver dedicato alle tue passioni letterarie un intero disco (“Rossocuore”). C’è stata qualche lettura che ti ha influenzato durante questi viaggi e la scrittura delle relativa canzoni?
Sì, tantissime. Ti potrei dire John Fante, o Umberto Eco o i classici siciliani, che hanno dato un contributo importantissimo alla storia della letteratura italiana, penso ad esempio a uno come Gesualdo Bufalino. Tutti apporti fondamentali, però non ho la tendenza alla citazione. Preferisco farmi influenzare “a pelle”.
Avevo già accennato prima, parlando di eterogeneità, ai molteplici generi musicali che si avvicendano in “Bar Casablanca”: come si è svolto il lavoro di vestizione delle canzoni?
Il disco l’ho arrangiato io in prima persona. Quando abbiamo preso in mano gli strumenti avevo già le idee molto chiare su che taglio dare in generale ai pezzi. Poi ovviamente ho lasciato spazio ai consigli dei musicisti e ho pensato anche a quegli spazi che giustamente si meritavano per mettere in luce la loro preparazione tecnica.
Ne “La pioggia di Vancouver” racconti ciò che è successo alla magistratura italiana negli ultimi dieci anni. La tua posizione di italiano emigrato che guarda da fuori il suo paese ti permette, forse, di avere una posizione più lucida rispetto a chi le vicende le vive dall’interno. In poche parole, come vedi l’Italia? E come la vedono le persone che incontri ai tuoi concerti in Svizzera o in Germania?
Io l’Italia non la vedo soltanto da fuori, ci torno almeno una volta al mese e quindi la vivo. Sta di fatto che da fuori, come hai detto tu, l’Italia viene vista senza mezzi termini come una schifezza. Ma non si tratta tanto del luogo comune dell’Italia con la pizza e la mafia quanto dell’Italia governata da un uomo che ha un sacco di processi in corso e che per questo fatto dovrebbe quantomeno smettere di governare e rimettere il suo mandato. La gente in Germania e Svizzera trova assurdo che Berlusconi, coi guai giudiziari che si ritrova, rimanga al governo e nessuno dica niente. Da dentro invece il problema non è solo politico, ma culturale: l’Italia ha il Berlusconi che si merita, a noi sotto sotto piace avere Berlusconi al potere. Come nel film di Giordana “I cento passi” il rappresentante del partito comunista dice “A noi ci piace così, perché a noi ci piace essere sconfitti” così sono gli italiani: a noi Berlusconi piace e ce lo vogliamo tenere.
Dei quattoridici pezzi di “Bar Casablanca” uno è la cover de “La ballata della moda” di Luigi Tenco. Un pezzo che mi pare possa assumere per te un doppio significato, che va al di là del semplice omaggio…
Tenco è stato il mio primo grande amore italiano. Lo scoprii negli anni settanta, ero piccolino e mi procurai tutta la sua discografia e i pochi libri che parlavano di lui. Poi nel 1983, prima di una certa riabilitazione di Tenco in voga negli ultimi anni, feci a Palermo uno spettacolo tutto incentrato sulla sua figura che si intitolava “Tanto Tenco fa“. Ho scelto “La ballata della moda” perché è un pezzo minore e rifare canzoni che hanno già cantato più o meno tutti come “Mi sono innamorato di te” mi sembrava inutile. Certo, poi l’attualità della canzone in sé è tutta lì, basta ascoltarla.
Tenco insomma è stato per te, come per molti altri cantautori, una specie di padre artistico. A proposito di cantautori, secondo te come sta la categoria? C’è chi dice che sia da tempo ormai in un periodo di crisi irreversibile e ci sia il Premio Tenco a dimostralo…
Secondo me la categoria, al suo interno, sta bene. Il problema è che il mondo della musica italiana così come la penso io e tanti altri come me non ha più spazio per mostrarsi. Chi fa un disco nuovo e lo vuole promuovere non ha più visibilità, perché la televisione spazio non ne dà. E la televisione è diventata come la voce di dio: chi passa da lì esiste e chi non passa non è che si conosce poco: proprio non si conosce per nulla. Difatti chi anche è interessato ad un tipo di musica come la mia non sa dove andare a cercarsela e se chiedi a chi mi ascolta come mi hanno conosciuto, i più ti risponderanno che mi hanno conosciuto per sbaglio, magari ascoltandomi casualmente a casa di un amico.
“La luce di Norröra”, che apre “Bar Casablanca”, ha un arrangiamento fortemente evocativo, quasi cinematografico. Recentemente hai frequentato il cinema sia come attore che come autore della colonna sonora di un film dal titolo “Ricordare Anna”, ce ne vuoi parlare?
Da musicista l’essere alle prese con le immagini è molto diverso che dover musicare delle parole. La colonna sonora non deve aggiungere a ciò che è già nelle immagini, non deve comunicare. Deve piuttosto sottolineare quello che già si vede. Dal momento in cui una colonna sonora va al di là di questo suo compito, credo che sia una brutta colonna sonora. Parlo soprattutto per esperienza, senza avere particolari compositori che mi hanno ispirato: per “Ricordare Anna” ho ampliato, variandoli con l’orchestra, i temi di cinque miei canzoni. Per quando riguarda la recitazione è stata un’esperienza difficile ma bella, di certo la prima e l’ultima. Il risultato credo che lo potrete vedere presto anche in Italia.
Per finire volevo invitarti a fare un piccolo gioco: scegliere tra i dischi che possiamo ascoltare anche noi in Italia quello a cui sei più affezionato o che ti ha dato maggiori soddisfazioni, escludendo l’ultimo che, diciamo così, è troppo avvantaggiato…
Mi spiace ma non penso di poter partecipare al gioco. Sono affezionato a tutti i miei album allo stesso modo, a “Bar Casablanca” come al primo che ho fatto. Mi succede questo perché io i miei dischi non li ascolto mai. “Rossocuore” è da quando è uscito che non lo ascolto, quindi più di cinque anni. “Bar Casablanca” lo sto ascoltando ora perché è nella fase-test di reazione del pubblico e io voglio capire profondamente come il pubblico reagisce alle canzoni che scrivo. Finita questa fase “di studio” anche “Bar Casablanca” non lo ascolterò per chissà quanto tempo.
Stasera a Milano, e poi?
Dopo la data di stasera ci sarà una lunga tournèe in Germania fino ad aprile, poi a maggio in Slovenia, Austria e di nuovo Italia. Altri progetti non ne ho: sono concentrato su questa lunga serie di concerti e non sono una persona che ama pianificare il futuro. Non ho nemmeno nuove canzoni nel cassetto: so che quando sarà il tempo giusto, arriveranno.
Live – Lino Cannavacciuolo (Marocco Music/Audioglobe, 2006)
Dvd e libro celebrativi per Lino Cannavacciuolo. “Live” testimonia su video una delle tante esibizioni napoletane del violinista di Pozzuoli e della sua band, riassumendo in sole sette tracce quanto fatto fino ad oggi da solista (tre dischi pubblicati di cui uno, “Segesta”, ripreso dall’etichetta francese George V, la stessa dei “Buddha Bar”) e in svariate collaborazioni con artisti dalle stesse attitudini “contaminatorie”, tra cui Peppe Barra e Elena Ledda (che qui canta e fa i cori). La parte cartacea contiene invece una bella presentazione di Flaviano De Luca e una serie di testimonianze di personaggi con i quali Cannavacciuolo ha lavorato o che lo hanno semplicemente conosciuto (ancora Barra e Ledda, ma anche Lella Costa, Enzo De Caro, Luca De Filippo e molti altri).
Giusto un lavoro del genere per un’artista che ha fatto solo tre dischi? Diremmo di sì nel caso di Cannavacciuolo, che di talento e idee ne ha da vendere. Influenze mediterranee delle più disparate si uniscono nella sua musica a lamentazioni tzigane, deviazioni classiche e leggeri sostegni elettronici, il tutto con un’attitudine spiccatamente melodrammatica e a suo modo pop, sorretta da una tecnica strumentale che sfrutta il violino in ogni suo aspetto (anche ritmico).
Peccato per la qualità delle riprese non eccezionale e per gli extra davvero ridotti (solo il video di “Partenza“, ad opera di Michele D’Auria). Ma il prodotto, che permette tra l’altro di osservare il carisma teatralizzante del nostro sul palco, vale comunque l’acquisto, soprattutto per chi ancora non conosce uno dei più importanti musicisti della scena world italiana.
Voto: 6.6
Brani migliori: Memento.
Chistionada de mei – Simona Salis (Upr/Edel, 2005)
Esordio per Simona Salis, cantautrice sarda che nella sua lingua d’origine ha scritto i testi di questo disco. Chistionada de mei (tradotto: “Parla di me”) conta di dieci delicati bozzetti folk-acustici sorretti da una voce morbida al punto giusto – e buona anche nel costruire studiate trame vocali – e da arrangiamenti che sul filo delle chitarre si arricchiscono di ricercate vestiture ritmiche (ad opera del produttore Ivan Ciccarelli, già ottimamente al lavoro con Antonella Ruggiero) e degli interventi di Mark Harris al piano e di Phil Drummy ai fiati.
Tra leggere speziature brasiliane (la quasi bossa Su chi mi praxidi) e rimandi etnici non troppo incisivi (il flauto boliviano della title-track e l’udu di S’arriu de su coru) il disco scorre piacevolmente, e anche se episodi come Calat sa mii o S’omini potrebbero ricordare l’approccio vocale di Ginevra Di Marco piuttosto che di Patrizia Laquidara nel complesso Christionada de mei dimostra il buon livello di maturità della sua autrice, a cui oggi manca solo la canzone che le permetta di fare un vitale salto in avanti non solo qualitativo – qui ci prova, senza purtroppo riuscirvi del tutto, Su gherreri. Sarà per la prossima occasione, intanto godiamoci un esordio elegante e grazioso, che non fa certamente rimpiangere la poca personalità o addirittura il poco gusto di tanti altre recenti prime prove.
Voto: 6.2
Brani migliori: Su gherreri.
La scoperta dell’America – Claudio Lolli (Storie di Note, 2006)
Non è rimasto certamente con le mani in mano Claudio Lolli in questi ultimi dieci anni di carriera artistica tra dischi, libri e collaborazioni. Eppure per scovare il suo ultimo lavoro in studio ci tocca andare indietro sino al 2000 (“Dalla parte del torto”) e per trovarne uno realizzato in studio e composto totalmente da brani inediti addirittura al 1997 (“Intermittenze del cuore”). Per questo “La scoperta dell’America“, che esce a tre anni dall’indovinata rilettura di “Ho visto anche gli zingari felici” realizzata insieme al Parto delle Nuvole Pesanti, assume un po’ il ruolo di prova del nove sulla salute compositiva del nostro, che in trent’anni e passa di canzoni ha fatto con i vari Guccini, Vecchioni e compagnia la storia del cantautorato (impegnato?) di casa nostra.
Dunque: come sta Lolli? Non alla grande certo, però a guardare la qualità delle canzoni in gioco diremmo sicuramente bene. Ne “La scoperta dell’America” ci sono i più classici e prevedibili momenti di calo (Il secondo sogno) ma anche canzoni a cui è giusto dedicare il proprio tempo (Majakovskij e la scoperta dell’America e Le rose di Pantani, scritta con il poeta Gianni D’Elia, su tutte, ma anche la reading musicata di Medley con rumori rosa). Il problema semmai è un altro: che i brani funzionano quando a funzionare sono i testi, perché intorno è il nulla o quasi. Accenni jazz, blues, folk, ma non un’idea musicale minimamente importante, non un arrangiamento che invece di travolgere con eccessi di tastiere ed insistiti ghirigori di sax lasci un segno ed esalti il resto (escluderemmo dal mazzo solo L’eterno canto dell’uomo, ma per il rotto della cuffia), non uno spunto che faccia almeno sperare in uno sforzo che non sia unicamente improntato alle parole.
Certo, sappiamo tutti da dove viene Lolli e all’incirca ci immaginiamo anche dove andrà in futuro. Ma alla fine è proprio questa la questione: nell’anno musicale duemilasei, queste canzoni, pur dai testi belli ed eruditi senza risultare pedanti, pur dall’impegno verace e non privo di sdegno e disincanto, risultano reazionarie, antistoriche, immobili. La “rinfrescata” con il Parto non ha insegnato niente. Fate largo ai nuovi.
Voto: 4.5
Per te – Amalia Grè (Capitol, 2006)
Tanto clamore riscosse tre anni fa l’uscita del primo e omonimo disco di Amalia Grè, quanto il suo seguito nei mesi scorsi è passato quasi sotto silenzio. Potenza di una hit a suo modo stilosa come “Io cammino di notte da sola” e di una moda, qual è stata negli ultimi anni quella delle “cantanti jazz donne“, che se non sembra ancora essere del tutto sulla via del tramonto mediatico certo ci si sta avviando. Peccato, perchè Per Te, hit e mode a parte, è un buon disco, che potrebbe far ravvedere coloro che (come il sottoscritto) avevano liquidato la Grè quale ennesima filiazione di un fenomeno (anche commerciale) che faceva sbadigliare al solo pensiero: cantanti? jazz? donne? E chi li vuole i dischi senz’anima di Diana Krall e compagnia quando abbiamo quintali di disperate registrazioni di Ella Fitzgerald?
Ma Per Te, pur rimanendo negli standard di quel pop jazzato buono sia per commuoversi un po’ sia per rimpolpare i brusii dell’ultimo happy hour in terrazza, un’anima la cerca. E spesso la trova: dolce, fanciullesca, incantata, che rinuncia ai virtuosismi d’ugola e canta quasi sempre a fil di voce, scegliendo arrangiamenti meno pieni che in passato e giocati su raffinati incastri di chitarre acustiche, pianoforte, fiati e pochi archi. Non c’è nessuna “Io cammino…” in questo disco, ma una manciata di brani/dichiarazioni d’amore ricercati soprattutto nelle tonalità espressive (Angel my love), che scelgono di rischiare la didascalia fiabesca ma rasentano il capolavoro (Venere) e sanno soprattutto quando è il momento di dosare con lo zucchero e l’amaro, mettendone solo quanto è necessario. Quanto t’ho amato di Benigni viene privata di tutto il corredo di archi melodrammatici della versione originale e resa seminuda e affettuosa; Give me more time, lunare e misticheggiante nel suo tappeto di tastiera che si libera nel finale insieme alla voce, cerca un modo diverso di essere pop senza ricorrere ai mood orchestrali in Mina style; Forte respiro e Armonafrica televisiva cincischiano gioiosamente con samba e percussioni allargando seppur di poco lo spettro sonoro e allontanando la noia.
Le altre cover presenti, sia le due cinematografiche (Smile da “Tempi moderni” di Chaplin e Moon River da “Collazione da Tiffany”) sia lo standard We have all time in the world, risultano alla fine un po’ superflue e ci si chiede se un disco con meno tracce, quindi più compatto, non avrebbe giovato maggiormente alle canzoni da bimba di Amalia Grè. Brani sognatori da cantare indossando un vestito bianco.
Voto: 6.7
Brani migliori: Venere.
Eva contro Eva – Carmen Consoli (Universal, 2006)
Aveva decisamente bisogno di una rinfrescata la musica di Carmen Consoli dopo gli esiti piuttosto macchinosi – ma non del tutto deludenti – de “L’eccezione”. Eva contro Eva, che esce a tre anni da quel disco e probabilmente confermerà la consacrazione al grande pubblico della sua autrice, risolve la dicotomia veloce ed elettrico o lento e acustico che ha contrassegnato le ultime cose della Cantantessa in favore della seconda opzione, proponendo dieci bozzetti dal taglio nettamente narrativo e cantautorale e dai toni spuntati ma mai leggeri.
Via le chitarre elettriche, e spazio ad arrangiamenti che definire semplicemente acustici sarebbe riduttivo dato il gran lavoro di vestizione dei brani che la Consoli e il suo gruppo hanno compiuto. Mandolini, bouzouki, banjo e fiati (questi ultimi due quasi onnipresenti) e poi ancora santur, duduk, harmonium, sitar, arpe celtiche e molto altro sono infatti gli ingredienti usati per una commistione etno-pop, quasi world, che usa la geografia a suo piacimento ma con gusto, e che riesce nell’intento di distogliere i brani da un’estetica che si era fatta fin troppo prevedibile.
Carmen Consoli è cresciuta e con essa le sue canzoni, meno immediate che un tempo e più disposte a lasciarsi decantare (Tutto su Eva). La scrittura è come sempre ricercata ma molto più scorrevole; il cantato maggiormente composto e forse capace di farsi apprezzare anche da chi, a pelle, non ha mai sopportato i suoi “lamenti”. Maria Catena e La dolce attesa sanno di folk siciliano e ultimo De Andrè, Il pendio dell’abbandono (scritta con Goran Bregovic) mischia in modo straniante fisarmoniche mitteleuropee e archi arabeggianti, mentre Madre Terra (Angelique Kidjo alla voce) cade in quel facile tranello di essere – già dal titolo – retoricamente etnica. Preghiera in gola – cello, arpa, chitarra, rhodes e testo che lascia il segno – è invece la punta di diamante di un disco che purtroppo non riesce a mantenere lungo tutti e dieci i suoi episodi un livello altrettanto alto e si ritrova alla fine – vedasi Piccolo Cesare e Signor Tentenna – con un leggero debito tra reale sforzo di rinnovamento e lascito emozionale.
Tuttavia sembra che Carmen Consoli abbia trovato una nuova soluzione al suo modo di fare canzoni. Ed è sicuramente una soluzione molto buona.
Voto: 7.3
Brani migliori: Maria Catena.
Habemus Capa – Caparezza (Virgin, 2006)
Arrivato al terzo capitolo dei suoi sardonici annales, viene da chiedersi se Caparezza non sia in definitiva un esorcismo di sé stesso. O meglio: se le sue canzoni-invettive giustamente impietose contro tutto e tutti non siano, più che un tentativo di convincere e denunciare, l’esorcismo di una parte di sé stesso, che è poi anche una parte di tutti noi: quella tollerante, che non si arrabbia ma se la prende comoda, risultando alla fine poco «interessante», come recita il contagioso ritornello del primo singolo La mia parte intollerante.
I diciannove brani di”Habemus Capa, così concentrati e artigianali nella fattura (comunque saldamente popular) ma così folli nei risultati, non sono semplici canzoni. Sono autentici riti sciamanici volti a tenere distante il disimpegno e la spensieratezza del loro autore e la nostra grazie ad una sorta di trance verbale continua, che fagocita tutto il fagocitabile e di esso si alimenta senza ritegno, quasi cannibalescamente (i “sacri” Tenco e Battiato vengono letterariamente ribaltati in Sono troppo stitico). Lo scopo alla fine è uno solo: l’essere contro, spinti dall’indignazione e dal desiderio di vendetta che, seppur consumata solo nel minutaggio di un disco, sempre vendetta rimane.
Possiamo allora dire tutto il male possibile sulla musica di Michele Salvemini, ma non che il suo personaggio guardato per un momento da questo punto di vista – e al di là della sua fortuna commerciale – non abbia un qualcosa di affascinante e (populisticamente?) catartico. Ed è pure inutile che lo neghiamo: lo stesso “personaggio affascinante” è pure bravo, e ciò che vuole fare – che in fondo è quello che vogliono fare tutti: cioè comunicare – lo sa fare benissimo. “Habemus Capa” nei suoi pastiche sonori e verbali, nella sua furba coniugazione tra rap pazzoide e ritornelli hard-rock a volte al limite del nu-metal (Dalla parte del Toro) non sbaglia un colpo. E’ un po’ troppo lungo, è vero, ma è talmente pieno di trovate gustose curate nei minimi particolari e canzoni tanto belle quanto divertenti (due su tutte: Gli insetti del podere e Inno Verdano) che è davvero difficile stancarsene.
Quello che però conta – ed è quello che fa di Caparezza uno da non perdersi assolutamente – è che se c’è una musica oggi in Italia davvero incazzata, che non vuole sentire ragioni, che in una parola è intollerante a tutte le lordure che infestano questa sottospecie di Paese, questa è senza dubbio la sua. Impietosa e vendicativa, l’abbiamo già detto, ma anche malefica di quel maleficio che è genio (Ninna Nanna di Mazzarò), e capace di inoltrarsi nello slogan senza essere sloganistica e nella generalizzazione senza mai risultare troppo di grana grossa.
Potremmo stare qui a spendere ancora righe su righe nel raccontarvi il talento compositivo di quest’uomo che se il genio di Frank Zappa non lo sfiorerà mai almeno a quello degli Elio fa certamente il pelo (e forse in futuro qualcosa di più). Ma preferiamo dirvi che a noi Caparezza ci piace perché semplicemente ha ragione. Ha ragione ad aggredire ciò che vede con così tanta cinica misantropia, ha ragione ad essere incazzato, ha ragione ad esserlo così mostruosamente.
Insomma noi Habemus Capa, e che sia dentro o fuori da tunnel, per fortuna, ce lo tenemus.
Il Cannone – Quintorigo (Venus, 2006)
Diciamolo subito: se c’è una cosa che i rimanenti Quintorigo non dovevano fare dopo l’abbandono del gruppo da parte di John De Leo era pensare di sostituirlo semplicemente innestando una nuova voce su un repertorio, e soprattutto su uno stile, consolidati e mantenuti quasi del tutto intatti. E’ vero che la nuova cantante del gruppo, la pur brava ed esperta Luisa Cottifogli, ha dato il suo contributo nella realizzazione de Il Cannone – le riletture per sola voce dello spiritual Soon I will be done e del tradizionale arabo Ranni Li sono farina del suo sacco – ma, dispiace dirlo, i Quintorigo di oggi non sono quei Quintorigo. E, ancora peggio, non sono nemmeno qualcosa di nuovo, forte di uno scarto rispetto al passato che ne sottolinei il cambiamento e, addirittura, l’evoluzione.
“Il Cannone” fa l’effetto di una vecchia giacca sdrucita che non possiamo più veramente indossare, di un dejavù con una grossa ed evidente imprecisione al suo interno. I Quintorigo provano ad essere i soliti, col loro sound d’archi e fiati che tutto ingloba e amalgama – qui si va dal reggae di una Redemption Song abbastanza felicemente riproposta agli omaggi a Charles Mingus di Goodbye Pork Pie Hat e agli Area di Luglio Agosto Settembre (Nero): più che una cover un esame del dna… – ma vengono attraversati dall’imbarazzo di una mancanza che si rivela inevitabilmente essenziale, tanto più quanto come in Frankestein o Lacrime la vicinanza con le prime produzioni del gruppo è fin troppo evidente.
Vittima del corto circuito di sé stesso ancora-uguale-ma-non-più – che si fa impietoso quando è la volta di riproporre, con istinto diremmo quasi suicida, Grigio – e in verità neanche aiutato dalla poca ispirazione degli inediti in certi casi non privi di un po’ di retorica (si veda la title-track e la versione in italiano di Invisibile Sun dei Police) ed ineleganza (Nel clone del padre è un pasticcio hard-rock con basso, batteria e chitarra tutto da dimenticare), “Il Cannone” è lo scacco (definitivo?) di uno dei più interessanti progetti italiani degli ultimi anni e la conferma che nei momenti di crisi quello che conta è riflettere, riflettere e riflettere ancora. Per evitare che errori grossi come questo trancino tutto: ispirazione, personalità e soprattutto identità. Peccato davvero.
Voto: 5.3
Brani migliori: Redemption Song.
Magneti – Mario Venuti (Mercury, 2006)
Dopo aver ascoltato tutte le canzoni di Magneti” un po’ ci stupisce che Mario Venuti abbia scelto per l’ultima, avvilente, edizione del Festival di Sanremo proprio Un altro posto nel mondo. A parte il pochissimo coraggio nell’optare, tra i dodici del disco, per il brano più classicamente sanremese – e per sanremese intendiamo Paoli e Tenco, non Cutugno – se avessimo dovuto puntare tutto su una canzone dal tiro “tradizionale” avremmo chiamato in causa la ben più riuscita (a partire dal testo) E’ stato un attimo. Che apre ottimamente questa quinto disco dell’ex Denovo, il suo migliore, se non altro perché qui Venuti riesce a sintetizzare con maestria e riguardo tutte le ascendenze che hanno animato la sua musica, dall’esordio di “Un po’ di febbre” (1994) ad oggi.
Orchestrazioni di flauti e archi al servizio di bosse fiabesche (Anni selvaggi) anticipano gioiellini chitarristici che si attaccano addosso al primo giro (Qualcosa brucia ancora); vitalistici samba sculettanti birimbao e fiati (Santa Maria La Guardia) contendono la palma di miglior brano a divertenti esercizi di stile in salsa jazzy (Il mondo in bianco e nero). Ci sono i Beatles in “Magneti”, soprattutto come approccio radiofonicamente intelligente, e ci sono gli XTC in compagnia di Veloso e Jobim, ripresi senza quella fastidiosa patina da world-music un po’ d’accatto dei primi tentativi brasiliani. Non tutto scorre al meglio, e verso la fine (vedi l’etno-groove al limite del chill-out di Sulu) qualche colpo si perde. Aggiungete però davanti ad ogni definizione che abbiamo dato la parola pop. Perché di questo si tratta: pop italiano e a largo consumo. Ma con tanta tanta classe.
Voto: 6.8
Brani migliori: E’ stato un attimo.
Vorrei insegnarti amore – Theatricantor (Cdf/Venus, 2005)
Dopo l’omonimo disco di cover di due anni fa, i siciliani Theatricantor giungono alla loro prima prova in veste di autori con “Vorrei insegnarti amore“. Le rotte sonore intraprese all’esordio vengono confermate in toto nelle dieci canzoni che compongono il disco, in cui è l’incontro tra la canzone d’autore e il jazz a fare da padrone, tanto nei molteplici riferimenti agli Avion Travel (la cui teatralità è qui più smorzata, quasi confidenziale) quanto alle minoritarie peregrinazioni verso i territori di Cammariere (M’incanti), Jannacci (quello più intimista e lirico, come in La più brava sei tu) e Eduardo De Crescenzo (Gli anni passano).
Al di là dei riferimenti, notevoli ma mai scimmiottati, è però la qualità delle canzoni a mancare. Linee melodiche e arrangiamenti spesso buoni non trovano il giusto accompagnamento nei testi, che sono privi di quella ventata di personalità capace di superare il più didascalico autobiografismo; e ancor meno d’aiuto è l’interpretazione partecipe ma poco incisiva di Salvo Guglielmino.
Peccato, perché qualcosa di salvabile in “Vorrei insegnarti amore” c’è. Chiudendo gli occhi su brani davvero stantii e melensi quali la title-track e Come un angelo (in cui sulle prime battute ci era parso di sentire addirittura l’ombra minacciosa di Renato Zero, nessuno ce ne voglia), ci sembra L’alibi più abile, insieme ai primi due dei brani citati sopra, l’esito migliore delle doti zoppicanti dei Theatricantor. Ma non è un caso che anche qui l’arzilla movenza aviontraveliana cerchi, quasi supplichi, le inarrivabili esecuzioni di Peppe Servillo.
Voto: 5.0
Uncode Duello – Uncode Duello (Wallace Records, 2004)
Uncode: senza-codice, cioè incomprensibile, inclassificabile, sfumato (grigio, come il colore dominante in copertina); Duello: scontro. Sono due parole che descrivono lucidamente i tempi in cui viviamo, tra sanguinosi scontri di civiltà – civiltà però sfumate e non facilmente classificabili – e scontri interiori: nichilismo consumistico diffuso, globalizzazione spersonalizzante e distruttrice dei caratteri (codici) dell’individuo. Quella politica – la parola politica è intesa in senso lato – è una tra le tante possibili chiavi di lettura di Uncode Duello e viene confermata dall’operato di Xabier Iriondo e Paolo Cantù, che dopo le varie esperienze con Sixminutewarmadness, A Short Apnea, Tasaday, Four Gardens In One arrivano qui alla loro opera migliore e – con tutti le precisazioni necessarie ad una musica così estrema – più comunicativa.
Ambient, industrial, noise, rumorismi, musica concreta e patafisica, isteriche improvvisazioni jazz, improvvise esplosioni pianistiche: le influenze che Iriondo e Cantù fanno convivere senza troppe premure di amalgama nelle tredici tracce dell’album non ne rendono possibile una catalogazione precisa (e difatti è un disco uncode). Quello che però emerge nel complesso e che accomuna i diversi episodi è una densissima tensione schizofrenica. Le chitarre – distorte, schiaffeggiate, schitarrate, che urlano e si lagnano – i botti stucchevoli della batteria di Lucio Sagone e Cristian Calcagnile (Cristina Donà, Stefano Bollani), i nastri di voci rallentante (anche quella di Pier Paolo Pasolini) o ripetute in allucinati loop mirano a costruire un ambiente sonoro a volte profondamente scuro, altre claustrofobico, altre ancora subcoscienziale o post-apocalittico, ma sempre e comunque isterico, impazzito, che non tralascia momenti sarcastici e amari.
Pensate ad uno dei tanti filmati di macelli umani a suon di bombe e kamikaze in Bagdad e dintorni, oppure all’isteria collettiva di un sabato pomeriggio prenatalizio in un centro commerciale delle vostre zone: la musica di Uncode Duello potrebbe essere il commento sonoro più adatto a conficcarsi nelle immagini che state pensando. La forza evocativa – mai parola come in questo caso è stata più appropriata – di questo disco è fortissima. Ma al di là del taglio libero da schemi, e quindi molto ostico, che Iriondo e Cantù hanno deciso di dare alla loro creatura, il coinvolgimento non sarà comunque facile: questa non è musica serena; quasi sempre si esce segnati da un duello.
Voto: 8.2
Veronica Marchi – Veronica Marchi (La Matricula/Novunque, 2005)
Ascoltare l’omonimo esordio di Veronica Marchi è come assaggiare un frutto prima del giusto tempo di maturazione e accorgersi che il sapore, ovviamente, è acerbo. Le canzoni di questa cantautrice veronese di soli ventitrè anni sono state colte davvero troppo in anticipo e se il rischio non è quello di aver bruciato un talento – un talento che, a partire dalla voce, è saldamente presente – certo è che la via che Veronica dovrà intraprendere in futuro sarà un’altra, almeno per non risultare come qui più volte accade un pericoloso incrocio tra l’ultima Paola Turci (riferimento che preso da solo non la denigrerebbe affatto) e una Pausini a buon livello di mielosità (tanto che Bambina e Occhi di sole non mancano di ricordarci certi languori da sezione giovani sanremese).
L’impressione però è che la colpa di ciò, più che all’autrice, sia da imputare ad alcune scelte compiute in fase di produzione (affidata a Mauro Magnani dei Matrioska), dove le canzoni sono state rivestite da una serie di pesanti sovrastrutture, sempre prevedibili e in pochissimi casi utili alla buona riuscita del pezzo (tirate le somme solo Io vorrei ne giova veramente). Ci sembra invece che sotto sotto la Marchi necessiti di atmosfere intime e solitarie, più adatte ai toni sobri e alle immagini quotidiane della sua scrittura che non disdegna passaggi melodici seducenti e originali. A tal proposito non è casuale che siano gli episodi dove gli strumenti si fanno un po’ da parte (Linea 31) o lasciano in solitudine la chitarra e la voce (27) a convincerci di più, pur essendo ancora evidenti alcuni limiti – ad esempio certi testi un tantino irrisolti – che solo il tempo potrà aiutare a superare.
Voto: 5.2
Brani migliori: Linea 31.
The Blanket of the Dark – Roberto Bonati & ParmaFrontiere Orchestra (ParmaFrontiere, 2005)
Nato originariamente come lavoro sui personaggi femminili verdiani – conservata poi solo una buona rilettura di Lacrymosa, dal Requiem del compositore di Busseto – e più in generale sul rapporto tra Verdi e William Shakespeare, The Blanket of the Dark (Studio per Lady Macbeth) è, come suggerisce appunto il sottotitolo, un’esplorazione in musica di una tra le figure più tenebrose e moderne della produzione del Bardo, frutto anche di un certo interesse da parte del compositore Roberto Bonati per la poesia antica e contemporanea (prima di Shakespeare infatti Bonati aveva rivisitato in musica i versi di Attilio Bertolucci).
Opera sicuramente non facile, “The Blanket of the Dark” spartisce le sue influenze tra lirica, improvvisazione jazz al limite della jam-session e classica contemporanea, alternando nelle ventiquattro tracce del disco (registrato dal vivo durante il Parma Jazz Frontiere Festival del 2001) azzeccati frammenti atmosferici (The Raven and the Lady), originali momenti free (Murdering Minister) e pianismi qui pacati là improvvisamente deliranti (Painting of your Fear, per mano dell’ottimo Stefano Battaglia). A tenere insieme il tutto è la figura folle e tutta interiore di Lady Macbeth, riportata in vita dalla voce assoluta di Lucia Minetti e soprattutto dal continuo ritorno delle sonorità enigmatiche del sax soprano di Riccaro Luppi e Mario Arcari, che conducono l’ascoltatore in un crescendo di inquietudine e oscurità verso il triplice e significativo “to bed” finale rivolto dalla protagonista a Macbeth. Notevoli anche i contributi in assolo di Michael Gassmann (tromba) su Daggers e di Paolo Botti (viola) sul Miserere iniziale.
Nonostante l’espressività dei brani sia del tutto rimarchevole – e in questo senso Bonati si dimostra un compositore capace sullo spartito di coniugare osticità e forza immaginifica – è necessario conoscere bene la protagonista dell’opera per capirne a fondo l’andamento (i testi, infatti, sono più lirici che narrativi) ma il disco potrebbe avere un suo ruolo utile (e del tutto originale) anche come punto di partenza per una riscoperta delle opere di William Shakespeare.
Voto: 7.6
Brani migliori: The Raven an the Lady, Painting of your Fear.
Calypsos – Francesco De Gregori (Caravan/Sony, 2006)
«Ora non ci resta che attendere l’ennesimo live» concludeva il sottoscritto quando, poco meno di un anno fa, ebbe il compito di dire la sua su Pezzi, vezzo rockettaro di Francesco De Gregori quantomai in odore di Dylan e indignazione sociale. E invece rieccolo subito il Principe con Calypsos, album che lo vede abbandonare le chitarre e la politica del predecessore in favore di pianoforti, tastiere e soprattutto sentimenti.
E’ di fatto il contraltare di Pezzi, “Calypsos”, ma come esso – e come quasi tutta l’ultima produzione di De Gregori – non riesce a trovare quella rilevanza che lo porterà ad essere citato in futuro tra i capolavori del cantautore romano. Eppure non è un album brutto, ha solo il “difetto” di essere venuto dopo i capolavori che ricorderemo e di ripetere un po’ (troppo per i detrattori, poco per gli appassionati) quello stile consolidato, ma qui come in Pezzi più diretto e facile nei testi, che ineluttabilmente è di De Gregori e marchia a fuoco le sue canzoni.
Sono così Cardiologia – intenso piano voce con il nostro fenomenologo dell’amore come lo sono già stati lui e tanti suoi colleghi – la rimmeliana La linea della vita, la beatlesiana Tre stelle (entrambe con tanto di coretti femminili sixty, e la seconda Cremonini la pagherebbe oro), e Per le strade di Roma, ritratto affettuoso e realistico della Roma di oggi versato dalle tastiere in un quadretto lunare e senza tempo (probabilmente l’episodio più riuscito tra i nove). Ma sono così anche gli altri brani discreti o meno riusciti, che fanno di Calypsos un disco sensibilmente inferiore a Pezzi (per cui fu esagerata l’assegnazione dell’ultimo Tenco) e qualitativamente ben lontano dai clamori che ne hanno accompagnato l’uscita.
De Gregori dinosauro del cantautorato nostrano dunque? No, o almeno non ancora. Posto che c’è sicuramente di peggio in giro – e che questo peggio sembra destinato a peggiorare – si avverte oggi in lui una certa stanchezza di fondo, che forse è frutto della convinzione di “avere già dato” e di poter solamente regalare sporadiche perle. Siamo insomma poco prima del confine, forse ci stiamo avvicinando: ma per fortuna ancora qualcosa da gustare c’è.
Voto: 6.2
Brani migliori: Tre stelle, Per le strade di Roma.
Tornare nella Terra – Bachi da Pietra (Wallace Records, 2005)
“Quali radici si afferrano, quali rami crescono
su queste rovine di pietra?
[...]
E l’albero morto non dà riparo
e il canto del grillo non dà ristoro
e l’arida pietra non dà suono d’acqua.“
(Thomas S. Eliot)
Dalla vita morte, dalla morte vita. E dentro la terra. Vita e morte nella terra.
La terra che non battezza ma genera terribilmente, abitandosi d’insetti e residui di rami; nutrendosi di carcasse e disseccamenti. “Voglio uccidere ed essere ucciso / voglio combattere ed essermi nemico“: origine e sepoltura, da vita morte da morte vita: non solo primo inizio e ultima fine ma trasformazione di uomo in un altro sé stesso: “scorrere: una foce ad estuario / di tempo in tempo / di questo in altro“.
“Come per inerzia crepi così per inerzia vai / e tutto ricomincia anche se non sai dove porta“.
La terra che non è suolo, che non è direzione, che non è fango di materna accoglienza: la terra secca che riecheggia il battito primordiale del cuore/tamburo, fine dopo inizio, inizio dopo fine, in “giorni assurdi a bersi il cervello vomitare nello specchio“; la terra blues maledetto e primordiale che scava, denuda, peggiora: “il mio amico gionniuolcher l’ho ridotto male / lui ha ridotto abbastanza male me“.
“Voglia di contatto / qualche cosa di vivo“.
La terra che non sta in cielo, che non vola, che non è uccello ma “si rivela un verme / come ogni cosa al mondo viva“: l’humus, l’uomo. Un essere di vita-morte-vita senza suolo che “chiede devozione in nome di niente” perché sta nel Niente. Ma è “alto nel sentire“, prega e ricerca: “risalirai mai a dirmi di non avere paura / soffierai mai qualche cosa di vero“.
“Aprimi e accoglimi / donna senza nome / dammi la tua voce / che io possa bere l’insensatezza dell’esistenza dalle tue labbra“.
Allora la terra è tutto: tragicamente, oscenamente tutto. Bisogna tornarvi, ri-prendere coraggiosamente coscienza, “perché dire / può essere solo come / tornare nella terra“, e scovare la buia luce di un’unica verità: la vita trascorre, cambia senza rispondere, infetta gli uomini: “tu non capisci e sorridi e pensi che io sia malato / io sono malato“. E rilascia inebrianti speranze fatte della sua stessa terra: “sarà dolce cantare vecchie canzoni e non seguirne il senso / solo di una“.
I dieci blues arcaici di “Tornare Nella Terra” dei Bachi da Pietra raccontano tutto questo. Senza scampo, diretti alla gola e alle viscere; con parole fruscianti in bocca, una batteria monca, una chitarra e poco altro. Vi metteranno a ferro e fuoco.
To the Antipole – nOOrda (Desvelos/Audioglobe, 2004)
Fare una musica che isoli chi la ascolta e si opponga ai rumori metropolitani pur non essendo lontana da quelle atmosfere. Potrebbero avere pensato a questo Cesare Malfatti (La Crus) e il contrabbassista Gionata Bettini nel gettare le basi al secondo disco del progetto nOOrda. Quella di To the antipole non è certamente musica ambient, piuttosto è musica ambientalista, che vuole proteggere i momenti di riflessione dell’individuo e il suo ambiente interiore.
La potremmo definire “colonna sonora del pensare”, specificando che si tratta comunque di canzoni tra trip-hop e indie-rock (Endless summer) – chitarre elettriche in bella mostra sorrette da beats bristolianianamente notturni. Per il resto sono poche altre le influenze: qualche piacevole raffinatezza elettronica di scuola Matmos (Nobody 1) e qualche velo psichedelico (la bella Shoreditch). Tanti invece gli ospiti, che firmano insieme al duo i brani a cui partecipano: Alessandro Raina dei Giardini di Mirò canta The carnation ed altre quattro canzoni, incrementando con la sua voce la componente indie dell’intero album; Imma Costanzo dei Soul Mio e l’americana Jennifer Jackson – voci classiche rispetto alle sonorità sui cui si muove To the antipole – si spartiscono due canzoni a testa (tra cui l’eterea A different road).
L’intento alla fine è raggiunto con classe (in particolare nelle scelte sonore) e la potenza evocativa dei nOOrda è notevole. Se confrontiamo però il disco con la scena indietronica extraconfini, non si può certo parlare di novità.
Voto: 6.8
Brani migliori: Shoreditch.