La musica nelle strade! – Les Anarchistes (Storie di Note, 2005)
Fortunatamente la cosiddetta “canzone politica” non è solo slogan e frasi ad effetto. C’è anche qualcuno che, lasciate da parte le bandiere, le Verità e il consenso, decide di fare musica problematizzando, usando cioè le canzoni per compiere un percorso – serio, approfondito e necessario – sulla nostra realtà e i suoi sistemi. E’ quello che hanno tentato di fare, riuscendoci pienamente, i Les Anarchistes con La musica nelle strade!, lavoro ricco e pe(n)sante che partendo da un manipolo di brani dalle più disparate provenienze costruisce, insieme ad un libretto della collana Millelire allegato al disco, un’indagine breve ma molto interessante sulla biopolitica - ovvero il modo di condurre la società d’oggi, la “politica della vita”, fatta sul corpo (produttivo) degli individui – e sul concetto di campo - cioè quello stato di “eccezione giuridica” che realizzandosi stabilmente permette ad un potere sovrano di imporsi: i campi di concentramento, i centri di permanenza temporanea e così via.
Quindici le canzoni sul disco, due i capitoli del libretto (“La società disciplinare” e “La biopolitica del campo”, per un totale di sessantuno pagine). Ma nella battaglia qui quantomai fondamentale tra forma e contenuto, vince il contenuto; perché se da un lato è davvero molto interessante l’apparato di connessioni tra presente, passato e futuro organizzato dalla voce del gruppo Marco Rovelli (con l’aiuto degli interventi di Foucault, Nietzsche e Harendt, solo per citarne alcuni); dall’altro è anche vero che all’ascolto La musica nelle strade! presenta parecchi difetti.
Primo fra tutti – e comune a tanti dischi a loro modo militanti – è la lunghezza, che non affievolisce il legittimo “peso” di tutto il progetto. Avremmo preferito qualche canzone in meno e una maggiore cura dei singoli episodi, spesso impantanati nello stesso schema formale (introduzione maggiormente acustica, quindi proseguimento elettronico) e debitori di un po’ di “banalità” per quanto riguarda grooves ed effetti.
Convince molto di più invece l’interpretazione, sia quando è affidata alle voci titolari del gruppo (Marco Rovelli e Alessandro Danelli) sia quando è affidata ai numerosi ospiti (su tutti Giovanna Marini e Moni Ovadia, che strazia misticamente il canto ebraico Pishku Li); così come la scelta di alcuni brani di forte emotività e coinvolgimento (Inno a Oberdan, A las barricadas).
Voto: 6.3
Brani migliori: Pishku Li.
Caro Luca, sono contento che tu abbia apprezzato il progetto complessivo. Quelli che tu dici essere i difetti del disco, del resto, sono stati alcuni tra i punti di frizione, nonché sintomi, che mi hanno spinto ad abbandonare il gruppo. Insomma, dal mio punto di vista tu hai colto benissimo le cose.
ciao,
Marco
marco rovelli
04/01/2008 alle 18:23
il fatto e’ che il gruppo non l’ha abbandonato lui..e’ stato abbandonato
Anonimo
11/01/2008 alle 17:02
Se il coraggioso anonimo ha il coraggio di esporsi con nome e cognome sono pronto a scendere nei dettagli. Sa benissimo che posso farlo, ma che fino ad ora non l’ho fatto, e mi auguro di non doverlo fare in futuro, perché comunque è un capitolo chiuso. Io sono intervenuto qui solo perché quel che ho detto ha un senso rispetto alle cose che ho iniziato a fare.
marco rovelli
12/01/2008 alle 15:54