Hellequin Song – Cesare Basile (Mescal, 2006)
Non era facile eguagliare gli ottimi risultati ottenuti tre anni or sono con Gran Calavera Elettrica, l’album della maturazione e affermazione di Cesare Basile come uno tra i migliori “nuovi” cantautori italiani. Tralasciando il fatto che quel disco conteneva più delle solite due o tre canzoni da ricordare, esso apriva di fatto nell’avventura musicale del nostro uno squarcio tanto nuovo quanto fecondo. Eppure Hellequin Song – stessa (fondamentale) produzione del precedente (Mr. John Parish), stesso manipolo di musicisti (arricchito però da nuove presenze: Giorgia Poli, Michela Manfroi, Jean Marc Butty, Stefan Kamil Carlens) – ce la fa. Seppur di poco sposta l’arte di Basile verso spazi a lui ancora più consoni, trasformando il mezzo miracolo del disco precedente in un capolavoro vero e proprio. In poche parole: siamo all’apice.
A mutare non sono i luoghi – stiamo sempre tra folk e rock, tra Sicilia carnale e America desertica – ma i toni: più confidenziali, silenziosi; intimi non solo nei temi (come è sempre stato) ma anche nelle voci. Quelle voci che sono le voci dei fantasmi che hanno ispirato le canzoni di Hellequin Song (come l’Arlecchino principe dei morti della title-track) e che come tali trovano la miglior definizione nel loro essere vicini a chi ascolta, quasi sussurrati e incorporei.
Allora via gli archi; spazio a banjo e chitarre acustiche – non a discapito però di quelle elettriche, che qui ricamano soprattutto rumori e feedback; e poi tanto organo e pianoforte, che quando incontrano la voce di Basile – mai così matura come oggi – lasciano una sola cosa, la stessa che appunto ci lascia un’apparizione di fantasmi: i brividi.
Certo, tutto questo non basterebbe se non ci fossero le canzoni e il songwriting esperto e letterario del loro autore. Tirate le somme la palma di miglior brano del disco va pari merito alla sferragliante Fratello Gentile (una locomotiva di rabbia e dolore tra Lanegan e Cave); alla già citata title-track, ritratto perfetto della poetica tragica di Basile; e a Ceaseless and fierce, vetta interpretativa e “classico” dal pathos irresistibile. Ma anche il trequarti tierseniano de Il deserto, il blues sciamanico Dite al corvo che va tutto bene e il piano voce quasi da chansonnier di Usa tutto l’amore che porto (anche Fossati qui starebbe a guardare) testimoniano l’eccezionale levatura di un cantautore che oggi ha tutti numeri, e ormai anche tutte le prerogative, per andare ancora molto molto lontano. Ma per ora gustiamoci quello che probabilmente sarà uno dei migliori dischi del duemilasei.
Voto: 8.5
Brani migliori: Fratello Gentile, Ceaseless and fierce, Dite al corvo che va tutto bene.